L’Acqua in Italia: tra criticità e punti di forza. Nel dibattito irrompe la polemica sulla gestione idrica

Gestione pubblica o gestione privata? Nella seconda sessione di lavori della conferenza internazionale Greenaccord di Roma si discute su quale siano gli strumenti migliori per assicurare qualità della fornitura, risparmio di costi e garanzia dei diritti dei cittadini

Roma, 24 febbraio 2011 – Nella giornata di lavori della conferenza internazionale organizzata con il sostegno della Provincia di Roma dall’associazione Greenaccord, il dibattito si accende quando si inizia a parlare della situazione italiana: meglio gestione pubblica o gestione privata? E quali sono i punti di forza e di debolezza dei nostri servizi idrici?

“Negli ultimi anni abbiamo fatto progressi notevoli nella gestione delle nostre risorse idriche”, spiega Maurizio Pettine, direttore dell’Istituto di ricerca sull’acqua del CNR. “La nascita degli Ato ha aggregato una gestione prima frammentata tra molti soggetti diversi e ha semplificato la gestione. Ma questo modello funziona per i Comuni più grandi. I centri più piccoli sono invece spesso abbandonati a loro stessi. E il problema è più acuto nei momenti di maggiore criticità. Ricordiamo, ad esempio, la secca del Tevere che qualche anno fa ha allarmato i tecnici oppure la secca del Po del 2003, quando la poca acqua a disposizione produsse aspre polemiche tra l’Enel, che la voleva per alimentare la propria centrale, e gli agricoltori della zona che cercavano di salvare i racconti minacciati dall’ondata di calore”.

“Proprio questi esempi – aggiunge poi Andrea Masullo, direttore scientifico dell’associazione Greenaccord – ci devono ricordare che il problema della scarsità di questa risorsa essenziale non riguarda solo il Sud del mondo ma tocca da vicino anche l’Italia, che in Europa è il Paese più ricco di sorgenti. Per questo dobbiamo domandarci come ridurre le perdite eccessive della nostra rete infrastrutturale e dei nostri acquedotti. Ma la dicotomia pubblico/privato è sotto molti aspetti un falso problema. La gestione deve essere equa ed efficiente. Non c’è dubbio che il pubblico possa garantire forniture idriche di qualità e a costi accessibili a tutta la popolazione. Il privato invece, che tende a ottenere il massimo profitto, spingerebbe verso usi non alimentari per far pagare prezzi più alti. E ciò rischierebbe di non garantire esigenze del largo pubblico. Ma, altrettanto indubbiamente, si può pensare di affidare ai privati alcune attività tecniche”.

Chi invece sottolinea l’essenzialità di mantenere in mano pubblica la proprietà dell’acqua e dei bacini idrici è Michele Civita, assessore alle Politiche del Territorio e alla Tutela ambientale della Provincia di Roma. “Ci sono esempi in Europa, primo tra tutti quello della Germania, che dimostrano come una gestione totalmente pubblica sia assolutamente in grado di garantire efficienza, qualità e costi contenuti, assolutamente in linea con i parametri comunitari. Da quando è stata istituita l’Ato2 nella provincia di Roma, l’investimento necessario per garantire un servizio adeguato è stato stimato attorno ai 5 miliardi di euro. Noi, per prossimi tre anni, abbiamo varato il più grande piano di investimenti della storia di Roma e provincia, stanziando 450 milioni di euro. Certo, la maggior parte della somma necessaria al servizio deve essere coperta da tariffe adeguate, che in Italia sono ora tra le più basse della Ue. Un adeguamento delle tariffe avrebbe anche il vantaggio di responsabilizzare gli utenti a un corretto uso della risorsa, evitando sprechi. In più si potrebbe istituire un’Authority che supervisioni gli adeguamenti tariffari a seconda delle esigenze dei vari territori”.

“Il problema non è mettere in contrapposizione il gestore pubblico da quello privato” osserva Andrea Bossola, direttore area idrica di Acea S.p.A. “Va invece spostata la discussione sul concetto più generale di servizio ambientale, che necessita di risorse finanziarie adeguate e di competenze complesse e strutturate. I magri risultati prodotti dalla riforma dei servizi idrici nei suoi primi quindici anni di attuazione impongono senza dubbio una riflessione e alcune energiche correzioni, se si vuole davvero dotare il Paese di infrastrutture adeguate. Solo così possiamo dar vita a una solida industria del settore”. E sulla valutazione circa i contenuti del decreto Ronchi che liberalizza i servizi pubblici locali, Bossola sottolinea come “sia essenziale chiedersi in che misura esso cambierà davvero le cose e se, alla fine, i servizi assicurati ai cittadini saranno nel futuro migliori di quelli attuali. Sarebbe utile mantenere un approccio concreto, che rifugga da ogni pregiudizio culturale, politico e ideologico”.

“La legge 166/09, meglio nota come decreto Ronchi – commenta Paola Chirulli, ordinario di diritto amministrativo all’università La Sapienza di Roma – risolve solo una minima parte dei problemi della gestione del servizio idrico. Opera una decisa scelta in favore della gestione privata del servizio, sia attraverso cessioni di quote di società ora in mano pubblica sia prevedendo l’obbligo di affidare ai privati la gestione del servizio. Questa normativa lascia però irrisolti i nodi cruciali: infrastrutture da realizzare, gli investimenti da fare, le modalità tariffarie ottimali per coprire il servizio e responsabilizzare il pubblico, attività di monitoraggio del servizio”.

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