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I referendum: un punto di partenza e non di arrivoI referendum: un punto di partenza e non di arrivo

Di Andrea Masullo

All’Art. 118 della Costituzione si legge: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Questa è la “gestione comune”, direttamente esercitata dai cittadini attraverso specifiche forme associative, di attività di interesse generale, cioè di tutte quelle attività configurabili appunto come “beni comuni”. Col referendum sull’acqua, la cui gestione è inequivocabilmente di interesse generale, abbiamo scongiurato una gestione privatistica imposta per legge in alternativa ad una gestione pubblica considerata generalmente inefficiente. Certamente la gestione privata dell’acqua, aldilà delle motivazioni di carattere tecnico-economico, avrebbe imposto una logica orientata esplicitamente al profitto, che è la più lontana possibile dalla sua natura di bene comune. Ci siamo opposti per scongiurare questa pericolosa snaturazione del bene e non certo perché condividiamo una gestione pubblica inefficiente. Ma ora che il pericolo peggiore è scampato, vi invito a riflettere sulla via più logica e naturale per la gestione di questo bene essenziale, di tutti e di ciascuno: l’autonoma iniziativa dei cittadini associati nella tutela dell’interesse generale, prevista nell’articolo della Costituzione richiamato sopra. Qui non si tratta di gestire impianti di captazione, acquedotti e depuratori, che da un punto di vista tecnico possono pure essere affidati ad imprese private, ma di gestire il bene nella sua distribuzione attraverso forme economiche che garantiscano in modo paritario anche il diritto di accesso dei soggetti più deboli. Si tratta di garantirne la rinnovabilità qualitativa e quantitativa, preservando l’ecologia dei bacini idrologici, impedendo ogni manomissione strutturale, insediamento di edifici e infrastrutture, di pratiche agricole, forestali e zootecniche, di usi impropri, che possano danneggiarne le funzionalità idrologiche,  garantendone la custodia e la manutenzione ecologica.

Questa è una delle molte parti della nostra Costituzione che è ancora in larga parte inapplicata, la “gestione comune” che potrebbe estendersi dai boschi e dai pascoli per i quali viene in diverse forme già praticata, all’acqua, e nella prospettiva di un utilizzo diffuso di energie rinnovabili di “prossimità”, perfino all’energia. L’energia rinnovabile potrebbe infatti essere applicata e gestita da cooperative di autoproduzione che coinvolgano singoli condomini, gruppi di edifici, interi quartieri e città, cosa che peraltro già avviene in molte parti del mondo. Isole di autoproduzione connesse in reti flessibili e intelligenti che potrebbero diffondersi a macchia d’olio, erodendo come un tarlo lo strapotere delle grandi imprese che per mantenere nelle proprie mani l’enorme potere derivante dai grandi impianti, dal controllo delle fonti esauribili e dell’accesso alle reti di alta potenza, stavano per condannarci, con la complicità del governo, ad un disastroso futuro nucleare.

Ora dobbiamo scongiurare il pericolo che, come già avvenne dopo il primo referendum sul nucleare, tutto si risolva in un non far nulla. Noi invitiamo il Governo a convocare entro l’anno una grande conferenza su Energia e Ambiente, che coinvolga il mondo accademico, scienziati e ricercatori, istituzioni ed esperti internazionali, parti sociali, associazioni industriali ed agricole, per definire una strategia energetica nazionale che dia certezze alle imprese ed ai cittadini, garantisca indipendenza ed economicità e converga entro il 2030 verso l’obiettivo di ottenere oltre il 50% dell’energia richiesta da fonti pulite e rinnovabili, innovando il sistema tecnologico produttivo, le reti di distribuzione e gli usi finali, compatibilmente con le caratteristiche delle nuove fonti. Elemento essenziale deve essere lo sviluppo di filiere tecnologiche nazionali per recuperare la competitività ed il tempo perso dal nostro paese nei confronti degli altri paesi industrializzati.

Il messaggio finale dei referendum è: non provateci più a decidere del futuro di noi tutti nelle stanze segrete ed inaccessibili dei vostri palazzi; d’ora in poi democrazia reale e partecipata.

The text is available only in Italian

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