Greenaccord – Press & Communication Office

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XI Forum Internazionale Napoli – Le conclusioni di Andrea Masullo – Conclusions by Andrea Masullo

Versione integrale Conclusioni di Andrea Masullo, presidente del Comitato Scientifico di Greenaccord

I dati che ci sono stati comunicati in queste giornate dagli illustri relatori che si sono avvicendati al microfono, sembrano dipingere un mondo pieno di problemi ma capace di risolverli. Sembrerebbe che le cose non vadano poi troppo male. Leggere dei numeri ben ordinati in grafici e tabelle, per noi tecnici e scienziati e per voi giornalisti e comunicatori può essere un modo molto rassicurante di guardare le cose.

Aver sentito che gli obiettivi delle nazioni unite per sradicare la fame e la povertà pur incontrando problemi e ritardi stanno comunque facendo dei progressi potrebbe tranquillizzarci.

Abbiamo appreso che oggi nel mondo si produce una quantità di alimenti sufficienti per risolvere il problema della fame tuttavia c’è chi mangia troppo e spreca, creando un problema di distribuzione non equa. La soluzione allora potrebbe sembrare semplice e a portata di mano.

Ma se cambiamo punto di vista, e tra voi ci sono alcuni maestri a maneggiare una telecamera, e con lo zoom rompiamo l’immagine piatta dei grafici e delle tabelle in power point, vediamo quindici corpicini di bambini morti, stesi qui su questo tavolo, che sono quelli che da qualche parte del mondo sono morti di fame in questo ultimo minuto, vediamo le loro madri che ci gridano: se voi potevate salvarli, perché non lo avete fatto?

Allora da una parte ci accorgiamo di essere senza risposte, dall’altra ci accorgiamo che la scienza non è la vita, ma solo una rappresentazione molto semplificata e tranquillizzante di essa, un filtro che ci mantiene distanti da una realtà inquietante che potrebbe coinvolgerci troppo e travolgerci, un filtro protettivo di indifferenza che ci impedisce di affrontare seriamente l’urgenza del problema e di cercare e di scavare alla radice per trovarne soluzioni vere ed efficaci.

Se non entriamo in questa terza dimensione, fatta di paticità, partecipazione, non troveremo la soluzione mai. La tecnica, la scienza sono strumenti anche potenti che noi abbiamo, ma senza una coscienza umana che le guidi servono a poco e spesso vengono usati per allontanarci dalle soluzioni.

Abbiamo sentito alcuni dati riguardanti il futuro: Nel 2050, in un mondo popolato da più di 9 miliardi di persone la domanda di cibo crescerà del 60%. Ci saranno conflitti per le risorse idriche che saranno aggravati dai cambiamenti climatici. Potremmo dedicarci allora a sviluppare nuove tecnologie, potremmo manipolare il DNA delle piante per produrre più cibo? Una rappresentazione della realtà descritta solo da numeri può spaziare con essi fino all’infinito e prospettarci ancora una volta una crescita illimitata. Ma altri relatori ci hanno parlato di confini e limiti ecosistemici, di cambiamenti climatici, e tutto è diventato più complesso e drammatico.

Il mito ossessivo della crescita quantitativa trascina l’umanità anche di fronte al tragico equivoco di auspicare irresponsabilmente la crescita demografica senza porsi il problema di garantire una qualità della vita decente a tutta la popolazione mondiale. Di fronte alle difficoltà a garantire un equo benessere ai 7 miliardi di oggi, come potremo riuscire a garantirlo ai 9 miliardi del 2050 o ai 12 e più del 2100? Lasciare irresponsabilmente alle generazioni future la soluzione di questo drammatico problema significa affidarsi all’esito naturale di ciò che avviene per tutte le altre specie: aumento progressivo della mortalità infantile e riduzione della durata della vita, cioè dissipare quelle che sono state le grandi conquiste del ‘900. Se nel 1990 morivano ogni giorno per indigenza e malattia circa 33.000 bambini e nel 2010 ne morivano 21.000, ciò non deve assolutamente tranquillizzarci.

La convergenza fra aumento della popolazione, la perdita di capitale naturale conseguente all’aumento dei consumi di risorse oltre la capacità di rigenerazione dell’ecosistema terrestre (debito ecologico), i danni alla fertilità delle terre coltivabili prodotti dai cambiamenti climatici, l’inquinamento, l’iper sfruttamento delle risorse idriche, sono tutte conseguenze dell’attuale modello economico che porteranno ad una ripresa della mortalità infantile, facendo di questo tragico fatto l’elemento regolatore della popolazione mondiale.

Un modello economico che nascondendo tutto, il bene e il male, l’utile e l’inutile, in quella grande lavatrice che chiamiamo Prodotto Interno Lordo, che confondendo tutto in esso ha come meccanismo di funzionamento l’accumulo e non la distribuzione di ricchezza, come dimostrano in maniera evidente i dati di questi ultimi 10 anni, crea e non può risolvere il problema di una equa distribuzione del cibo. Pensate che da quest’anno in Europa nel calcolo del PIL possono entrare anche attività illecite come lo sfruttamento della prostituzione e il traffico di stupefacenti; a questo paradosso è arrivato il sistema economico pur di avere un numero positivo da mostrare ai mercati finanziari. Cosa c’entra l’uomo in tutto questo? Cosa c’entra il benessere? Che credibilità ha questo sistema di fronte al dramma della fame? Il valore di base per la produzione di alimenti non è il capitale finanziario, i dollari, gli euro, ma la fotosintesi, la produzione fotosintetica che dipende dalla radiazione solare che noi non possiamo modificare, dalla superficie di vegetazione che può utilizzarla e dall’efficienza con cui riesce a farlo.

Questi ultimi due fattori sono gli unici modificabili e la biosfera lo ha sempre fatto attraverso l’evoluzione, creando nuove specie, accrescendo la biodiversità negli ecosistemi, raggiungendo dopo centinaia di milioni di anni un elevatissimo livello di efficienza di conversione della radiazione luminosa in energia biochimica, zuccheri, amidi, proteine…Si tratta di un processo continuo di crescita di complessità genetica ed efficienza energetica che garantisce una elevata resilienza e ascendenza, capacità di adattamento evolutivo ai cambiamenti che gli ha consentito di superare la catastrofe di ben 5 grandi estinzioni e rinascere ancora più efficiente fino al nascere della specie umana. Il capitale economico entra in gioco solo a valle di questo processo, concentrando e indirizzando i flussi di questo capitale naturale, spostando la produzione fotosintetica dagli ecosistemi naturali ricchi di biodiversità, agli ecosistemi agricoli in cui dominano pochissime specie destinate alla nostra alimentazione. Il nostro risultato utile ha un costo per la biosfera in termini di perdita di efficienza globale, e sarà così anche se dovessimo mettere in campo tecniche come gli OGM in grado di esaltare qualche specifica caratteristica puntuale del processo per un certo periodo di tempo. Ma quando questo processo antropico procede fino alla costruzione di filiere alimentari che sfruttano la produzione vegetale di vaste aree del sud del mondo, attraverso il diritto d’uso per 50, 100 anni di vastissime estensioni agricole di paesi che hanno gravi carenze interne di alimenti, per trasportarla negli allevamenti di bestiame dei paesi ricchi, parlare di redistribuzione appare piuttosto ipocrita. Alla fine di questa orribile catena, all’energia solare originaria noi avremo aggiunto grandi quantità di energie fossili che avranno accresciuto il costo del cibo prodotto a un punto tale da rendere impossibile il loro ritorno nei paesi poveri di origine. Infatti la realtà che oggi osserviamo è caratterizzata da un flusso di materie prime agricole dai paesi che soffrono la fame verso i paesi caratterizzati da sprechi ed eccessi alimentari.

L’attuale modello economico fondato su una ossessiva ricerca di una crescita continua dei consumi di risorse e sull’accumulo dei capitali prodotti, non può risolvere il problema di nutrire l’umanità di oggi né tantomeno quella di domani. Noi con le tecnologie siamo diventati i produttori del nostro mondo, ne abbiamo inventato le regole ed i meccanismi di funzionamento; ne abbiamo generato i problemi e proposto le soluzioni, lo abbiamo sostenuto con ideologie così potenti e pervasive da alterare le menti di tutta la popolazione fino a convincere chi soffre che la soluzione sia imitare chi applica quel modello consumista che è causa delle sue sofferenze. Il sistema, è stato detto in questi giorni, si nutre di differenze, i ricchi, per essere ricchi, hanno bisogno di poveri da sfruttare.

Siamo ancora in tempo per evitare i guasti peggiori alle generazioni future, ma il tempo a disposizione è sempre più poco. Dobbiamo iniziare subito col liberarci dalla irragionevole convinzione che il mondo artificiale che abbiamo creato possa essere autosufficiente e riconoscere la realtà che il sistema economico è solo un sotto insieme di quella biosfera da cui trae nutrimento e risorse. Se impoveriremo la biosfera anche noi saremo più poveri, se la distruggeremo, anche noi saremo distrutti.

Qualcuno prima di me ha raccontato questo simpatico aneddoto: gli uomini si dividono in ottimisti e pessimisti; i primi pensano che il sistema  che abbiamo creato sia il migliore possibile, i secondi pensano che i primi potrebbero avere ragione. Io vorrei che tutti quanti diventassimo semplicemente più realisti.CONCLUSIONS

(Andrea Masullo, president of the Greenaccord Scientific Committee)

The figures provided by the speakers at the Forum seem to portrait a world with plenty of problems but capable of solving them. It seems that things are not going so badly. Reading figures that are well organised into graphs and tables can be very reassuring for experts, scientists and journalists as well. Hearing that the UN efforts to eradicate hunger and poverty are producing some results despite problems and delays can also be very comforting. We have learned that in the world today sufficient food is produced to eradicate hunger; yet, a number of people eat too much and waste food, generating the problem of non-equal distribution. The solution might seem very simple and feasible.

But if we change our perspective –and some of you in this room are very good at handling a video camera -and erase the flat pictures of Power Point graphs and tables and zoom in, we will be able to see fifteen bodies of dead children lying on this table, the children that somewhere in the world died of starvation in the last minute; we will see their mothers crying at us: if you can save them, why didn’t you do it?

On the one hand we realise we have no answers; on the other hand, we recognize that science is not real life but a very simple and comforting representation of life, a filter that distances from the alarming reality that might involve and overwhelm us. A protecting filter of indifference that prevents us from seriously tackling the problem, exploring and investigating its causes and finding real and effective solutions.

If we do not enter this third dimension, a dimension of solidarity and compassion, we will never find solutions. Science and technology are powerful instruments in our hand but without human conscience to guide them they are almost useless and are often used to mislead us.

Some figures for the future were also presented at the Forum; in 2050, in a world inhabited by more than 9 billion people, the demand for food will increase by 60%. There will be conflicts over water resources aggravated by climate changes. Should we put our efforts into developing new technologies, e.g. manipulate the DNA of plants in order to produce more food? We can play with numbers and figures boundlessly and foresee once more perennial growth. Yet, other speakers told us about ecosystem boundaries and limits and climate changes, making the picture appear more complex and gloomy.

The obsessive myth of quantitative growth dominates mankind to the point that demographic growth is also hoped for without taking into consideration the need to guarantee adequate quality of life to the world’s population.  How could we ensure equal wellbeing to 9 billion people in 2050 or 12 billion of 2100, if we are unable to do the same for 7 billion people today?

Leaving the solution to future generations is irresponsible and would trigger the natural selection mechanism that regulates the life of other species: gradual increase of child mortality and reduction of life expectation, thus wiping out the great achievements of the XX century. In 1990, 33,000 children died of poverty and illnesses every day; 21,000 died in 2010. Yet, we should not feel reassured.

Population growth, loss of natural resources due to consumption rates that exceed the ecosystem’s regenerative capacity, damage to croplands fertility through climate change, pollution, overexploitation of water resources are the consequences of the current economic model. In this scenario, an increase in child mortality will be the only tragic way to control the world’s population growth. After all, our economic system hides everything behind quite confusing GDP estimates based on the accumulation of wealth and not on its distribution, as it is clearly shown by figures for the past decade. Therefore, it generates unequal distribution of resources and cannot solve problems. Paradoxically, starting this year, EU countries may include revenue from illegal activities, such as prostitution and drug trafficking, within GDP estimates, in order to exbit a positive trend to financial markets.

What does man have to do with all this? What does wealth have to do with it? What credibility does this system have when confronted with the tragedy of hunger? The fundamental value for food production are not dollars, euros or the financial capital but photosynthesis, which depends on the sunlight -something that we cannot change- and on the green surface that is capable of using it and on how effectively it is used. The last two factors can be changed and the biosphere has done it through evolution: it has created new species, has increased biodiversity in ecosystems and in hundreds of millions of years it has achieved a very high level of efficiency in converting the sunlight into biochemical energy, sugars, starches and proteins… A process of perennial growth, genetic complexity and energetic efficiency that guarantees very high resilience as well as evolution and adaptation to change. It overcame five great extinction periods before the human species developed. The economic capital intervened only at a later stage, by collecting and directing the flows of the natural capital, by transferring the photosynthesis production from natural ecosystems, rich in biodiversity, to agriculture ecosystems, in which very few species are used to produce food.  Our profits cause the biosphere to lose its global efficiency, and this will happen even if we develop alternative techniques such as GMOs, capable of enhancing some specific characteristics of the process for a given period. It is hypocrisy to talk about re-distribution of wealth, since this anthropic process involves the creation of food chains that use the plant production of large areas of countries with high internal food shortage -through a right of use for 50, 100 years – to feed the livestock of wealthier countries. At the end of this horrible chain, we will have added a big quantity of fossil energy to the original solar energy, which increases the cost of food to the point that the poor countries of origin cannot afford to buy it. There is in fact a flow of agricultural raw material from the starving nations to the countries characterised by excessive consumption and food waste.

The present economic model based on the obsessive search for perpetual resource consumption and the accumulation of capital cannot solve the problem of feeding humankind neither today nor in the future.

We have created a world of technological progress, set its rules and operating mechanisms. We ourselves have generated problems and found solutions; we have supported this system with powerful and pervasive ideologies that alter the minds of the entire population, convincing those who suffer that the solution is to apply the same consumerism model that causes their distress. As it has been highlighted during this four days’ encounter, the system nourishes itself on differences; the rich, in order to be rich, need to exploit the poor.

We are still in time to avoid irreversible damage for the future generations but time is also rapidly running out. It is unreasonable to think that the artificial world we have created is self-sufficient: the economic system is only a part of the biosphere from which it derives its food and resources. If we impoverish biosphere, we will be poorer, too. If we destroy it, we will also be destroyed.

Earlier today, somebody told an amusing anecdote: men are divided into optimists and pessimists; optimists think the system we have created is the best possible, pessimists think that optimists might be right. I just wish we were only a bit more realistic.

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