Verso un nuovo umanesimo – Contributo di Zygmunt Bauman per Greenaccord

Tavola Rotonda “Verso un nuovo umanesimo. Una umanità smarrita in cerca di futuro”. Roma, 12 febbraio 2013. Il primo problema che ci si pone dinanzi è verificare se c’è ancora un po’ di umanità in giro. Cercherò di
motivare e spiegare la mia opinione su questo tema.

Questo è l’argomento più importante del nostro tempo poiché indica che la situazione in cui ci troviamo ora può essere brevemente descritta come la modernità che è giunta davvero a confrontarsi con i propri limiti. Questa è un’affermazione drammatica se ci pensate perché abbiamo vissuto all’ombra della vita moderna, di visioni e mentalità moderne, consuetudini moderne, negli ultimi 400 o 500 anni.

È un tempo molto lungo che ci fa considerare la
vita moderna non solo come la normalità ma anche come l’unica pensabile e rende difficile per
l’umanità adattarsi e assumere scelte coerenti con il verdetto della natura.
Oggi siamo divisi tra ottimisti e pessimisti ma la differenza tra i due è superficiale e non troppo netta,
perché gli ottimisti pensano che questo mondo in cui viviamo ora sia il migliore possibile mentre i
pessimisti sospettano che gli ottimisti possano avere ragione. Entrambi concordano su una cosa: sul
fatto che c’è molto poca speranza. La speranza è in crisi.

Cosa significa modernità? La modernità è la combinazione di tre elementi. Il primo è la fiducia riposta
nel fatto che la scienza e la tecnologia siano destinate a risolvere tutti i problemi con cui ci
confrontiamo e a condurci verso un modo di convivenza umana perfetto, una società perfetta. Come ha
evidenziato Leon Battista Alberti, la perfezione è uno stato in cui ogni ulteriore cambiamento può
essere solo un peggioramento del mondo, ciò significa che è un momento in cui ci fermiamo poiché
tutti i nostri bisogni sono soddisfatti, siamo felici e non c’è necessità di cercare ulteriori cambiamenti.
Lo sforzo di modernizzazione è limitato nel tempo. C’è molto sudore, a volte anche del sangue che si è
dovuto versare, ma alla fine tutto andrà a buon fine.

Questo modo moderno di concepire la vita ebbe inizio nel XVI/XVII secolo ed è giunto ad una
consapevolezza di sé nel XVIII secolo, particolarmente dopo il disastro di Lisbona. Nel 1755 Lisbona
venne distrutta da un triplo disastro: innanzitutto un terremoto, poi un incendio che distrusse tutto ciò
che era rimasto dopo il terremoto, infine qualcosa che oggi chiameremmo uno tsunami, le onde marine
che coprirono tutto ciò che era rimasto. Lisbona al tempo era uno dei più importanti centri di scambio
commerciale, politico e culturale dell’Europa, e il disastro fu preso molto seriamente da tutti i più
autorevoli personaggi del tempo. Ci fu una lunga discussione che durò per molto tempo tra Rousseau e
Voltaire su quali conclusioni trarre dall’evento. La conclusione fu che non si può confidare nella natura
ma bisogna conquistarla, vincerla, fare meglio di lei perché essa è cieca e indifferente verso i bisogni
umani. Per dirla in breve, il mondo dovrebbe essere portato al “humanagement” (human management),
cioè noi faremo con la ragione ciò che né la storia né la natura pianificano di ottenere.

Nel XIX secolo, lo stile di vita moderno ha acquisito questo tipo di fiducia in se stesso o, se volete,
un’arroganza che ha permesso di diffondere il suo vangelo al resto del pianeta. Il XX secolo ha portato
alla globalizzazione dello stile di vita moderno. Il XXI è il secolo in cui dobbiamo fare i conti con le
conseguenze di questo sviluppo.

Come ho detto, la modernità si basa su tre elementi. Il primo è la fiducia messa nell’eccezionale e
miracolosa capacità della scienza e della tecnologia, la sua crescente ed intrinseca natura progressiva.
Il secondo elemento è credere nell’entità che può fare qualsiasi cosa, lo Stato, che ha il monopolio della
legittima coercizione, lo Stato Nazione che combina in sé potere, che è la possibilità di fare le cose, e
politica che è la possibilità di decidere quali cose debbano essere realizzate e quali si debbano rifiutare.
Il terzo elemento è l’economia capitalistica globale: uno scambio commerciale di merci il più possibile
globale e sregolato e uno scambio di conoscenza e informazione.
Questi tre elementi che si combinano insieme nello stile di vita moderno, sono oggi fortemente messi in
discussione. Oggi non funzionano più molto bene, non riescono più a realizzare le promesse fatte e
soprattutto ciò che viene messo in dubbio è che in essi veramente si trovi la strada per la salvezza.
Stiamo affrontando due questioni che si combinano nell’atmosfera dell’ “inter-regnum”. Ho preso in
prestito questo termine dal grande filosofo italiano Antonio Gramsci che a sua volta lo riprende da Tito
Livio che ha scritto “Ab Urbe Condita”, la prima leggendaria storia di Roma. Secondo lui il primo
momento in cui si è manifestato l’interregno fu dopo la morte del primo leggendario re di Roma,
Romolo.
Romolo ha governato su Roma per 37 anni e 37 anni era la durata media della vita dei romani del
tempo, il che significa che quando morì Romolo c’erano pochissime persone che potessero immaginare
un mondo senza Romolo. In quel momento ci fu lo shock dell’interregno. Improvvisamente la vecchia
autorevole fonte di saggezza, istruzione, comando che era Romolo, scomparve e non c’era più alcuna
persona altrettanto importante e degna di fiducia come lui.
Antonio Gramsci ha dato al termine “inter-regnum” il nuovo significato moderno, per il quale esso non
è più l’interruzione tra la vecchia volontà che non c’è più e una nuova che non è ancora emersa. Le
vecchie abitudini, le consuetudini che eravamo soliti applicare con buoni effetti non funzionano più,
mentre i nuovi stili di vita che possono essere più efficienti sono ancora nella fase di progettazione,
nella tavolozza, sotto sperimentazione, e non si sa ancora quali siano affidabili e quali debbano essere
selezionati. Questo è la situazione di interregno, e ci troviamo in questo stato quando la modernità si
confronta con i propri limiti.
Possiamo porre la questione anche in un’altra maniera. In questo momento stiamo attraversando una
crisi di autorità. La grande domanda non è più quella di quando ero giovane, ossia: Cosa deve essere
fatto? Questa è una domanda molto complicata ma è diventata ingenuamente facile se paragonata con
la seconda domanda che non è mai stata posta quando ero giovane, perché tutti erano convinti di avere
già una risposta. La seconda domanda è: chi lo farà?
Come vi ho detto precedentemente, qualunque fosse la vostra opinione politica, che foste di destra o di
sinistra, a metà del secolo scorso la cosa non sarebbe stata in discussione; se sapevamo cosa fare e
potevamo spingerlo avanti in qualche maniera, allora non c’era alcun dubbio su chi dovesse farlo: era
lo Stato Nazione. Nelle sue mani avevamo riposto tutto ciò che era necessario per agire: il potere e la
politica.
Ciò che accadde nella seconda parte del XX secolo, e continua ad accadere ancora oggi, è
l’evaporazione del potere dello Stato Nazione che è stato collocato in una terra di nessuno, in una sorta
di selvaggio west, di cyberspazio, che Manuel Castells chiama “lo spazio dei flussi”. Questo va al di là
delle capacità di ogni esistente entità politica e autorità. Ci sono dei poteri che decidono con quale tipo
di vita dobbiamo confrontarci, ma che sono emancipati dagli strumenti di controllo politico che i nostri
padri, tra il XIX e il XX secolo, hanno creato nella forma di sistemi politici democratici,
rappresentazione della volontà popolare, monopolio dei mezzi di legittima coercizione.
D’altronde, abbiamo istituzioni politiche tradizionali che abbiamo ereditato dai vecchi sistemi, abbiamo
lo Stato Nazione, abbiamo il Parlamento, le Corti Supreme, che sono tutti confinati territorialmente,
che significa che essi possono farsi più o meno carico, o almeno tentare di farlo, del territorio che è
circondato dai confini di un dato Stato Nazione, mentre i problemi che si trova ad affrontare non sono
territoriali bensì extra-territoriali. Essi sono nelle mani di poteri che sanno di ignorare, di minimizzare,
di non tener conto delle tradizioni locali, delle preferenze locali, dei valori locali, ecc. Quindi da una
parte vi è l’emancipazione del potere dal controllo politico, dall’altra vi è una politica che soffre per la
costante mancanza di potere. Per questo la domanda “chi lo farà?” ha una risposta molto difficile.
Dov’è l’autorità capace di portare il cambiamento? Vorrei citare John Maxwell Coetzee, un grande
filosofo e un eccellente scrittore sud africano, così come anche un infaticabile osservatore delle scene
mondiali. Concordo perfettamente con lui, e spero che concorderete anche voi, quando dice: “che il
nostro mondo debba essere diviso tra entità economiche competitive perché questo è quanto la sua
natura richiede, è inverosimile. Economisti competitivi esistono perché noi abbiamo deciso di dargli
forma. La competizione è un sostituto sublimato della guerra. La guerra non è in nessun modo
inevitabile. Se volete la guerra, possiamo scegliere la guerra, ma se volete la pace possiamo allora
ugualmente scegliere la pace. Se desideriamo la rivalità possiamo scegliere la rivalità, ma possiamo
anche scegliere un’amichevole cooperazione”.
Fino a che punto questo dilemma è nelle nostre mani? Ancora una domanda: chi metterà la carne su
queste ossa? Questa è una domanda importante perché il divorzio di cui siamo testimoni tra potere e
politica ha le sue conseguenze. Lo Stato Nazione è semplicemente incapace di ergersi al livello dei
problemi con cui si confronta. Recentemente ho avuto un incubo: ero stato chiamato a far parte del
Governo. Perché era un incubo essere Ministro di un governo? Perché i governi contemporanei sono
sottoposti ad un doppio legame. Da un lato sono pressati perché devono venire rieletti, pertanto devono
ascoltare ciò che la Nazione vuole e li obbliga a promettere e far di tutto per mantenere le promesse
fatte. Tuttavia, la gamma delle opzioni di scelta che hanno dipende dalle decisioni di forze esterne sulle
quali loro hanno pochissima influenza. E’ un doppio legame: da una parte devono prendere delle
decisioni che forse, se messe in pratica, accontenteranno i cittadini, dall’altra però devono rimanere in
un’attesa nervosa fino alla riapertura delle borse, e solo allora sapranno se è nelle loro possibilità o
meno fare quello che hanno promesso.
Pertanto, è molto improbabile che le istituzioni politiche attuali, così come sono ora, a meno che non
vengano profondamente riformate, facciano ciò che hanno affermato di poter fare. Dal momento che
c’è stato un deficit nel potere degli Stati Nazione per un lungo periodo di tempo, questi hanno dovuto
rinunciare ad un certo numero di funzioni, che si pensava diffusamente fosse loro compito assolvere.
Alcune di queste funzioni che 50 e 60 anni fa erano considerate un diritto e un obbligo dello Stato
Nazione, sono state trasferite ai mercati che sono dichiaratamente istituzioni non politiche, non
vengono elette da elettori e non devono seguire i desideri dell’elettorato.
L’altra funzione che è stata sottratta a quella che Anthony Giddens chiamò “la dimensione della
politica della vita”, che è un’area in cui tutti quanti si aspettano che siano il proprio Parlamento, il
proprio Governo, e la propria Corte Suprema, è il cercare soluzioni individuali ai problemi creati
globalmente. Oggi, queste politiche individuali soffrono chiaramente di insufficienza di potere. Non
hanno risorse, non hanno attualmente capacità adeguate ad affrontare questioni che hanno alle loro
spalle forze globali. Pertanto, considerate queste due parti, questi due spazi in cui presumibilmente la
politica contemporanea cerca di sviluppare progetti politici, la salvezza è molto lontana da venire.
Ma cosa c’è in mezzo? Da una parte, c’è la situazione politica stabilitasi e dall’altra la sfera della
politica della vita. Il problema è che quest’area di mezzo viene progressivamente lasciata libera. La
crisi dell’autorità è raddoppiata, non per casualità ma per necessità, a causa dell’erosione dell’area di
mezzo. Tra le altre cose oggi ci troviamo ad affrontare la crisi della classe media. La crisi di oggi
colpisce la classe media molto più che le altre fasce della società. Una recente idea, che penso sia molto
geniale, è che il problema che ci troviamo oggi ad affrontare nella nostra parte del globo, non sia tanto
quello del vecchio proletariato quanto quello del precariato. L’idea proviene dal termine francese
precaritè, cioè incertezza, impotenza, l’incapacità di seguire stabilmente una rotta, la mancanza di
consapevolezza di ciò che il futuro porterà e l’umiliante sensazione generata dalla mancanza di un
controllo sulla propria vita. Se ti senti ignorante, impotente allora è molto facile che sopraggiunga
l’umiliazione come del sale spruzzato su una ferita già aperta. Un’ampia e crescente classe media,
come viene chiamata, si unisce al vecchio proletariato, a quella parte della popolazione afflitta da
un’incertezza molto profonda.
Questo è il contenuto del nostro arsenale delle forze che sono disponibili in questo momento. Questo è
drastico, drammatico, tragico, minaccioso perché al momento ci sono almeno due fenomeni che si
stanno sviluppando, che stanno terribilmente minacciando il futuro dell’umanità. Mi limiterò a
nominarli. Il primo è una nuova forma di disuguaglianza che sta crescendo in tutto il mondo. Nuova
forma perché la piramide che ci ha accompagnato per molti secoli è sempre più fina in punta. E’ una
situazione in cui i 40 individui più ricchi al mondo posseggono insieme una fortuna che è pari ai beni
dell’intera Francia, che è la quinta potenza economica mondiale. La distanza che c’è tra la punta della
piramide e la sua base sta irrefrenabilmente crescendo.
Farò solo un esempio: nel 1960, non molto tempo fa, prima che la grande ondata del neoliberismo
prendesse piede, il direttore generale di una grande compagnia americana guadagnava 12 volte di più
dello stipendio medio di un operaio. Nel 1974 guadagnava 35 volte di più. Nel 1980 42 volte di più.
Tre anni dopo il suo reddito era già di 84 volte maggiore. Negli anni ’90 secondo il Business Week il
valore era di 135 volte maggiore e nel 1999 aveva raggiunto le 400 volte. Nel 2000 saltò a 531 volte
superiore allo stipendio medio di un lavoratore della classe media. E’ così che si sviluppò, e da lì, dal
2007, le cose peggiorarono ulteriormente. Secondo statistiche successive, in America la crescita del
valore del prodotto nazionale, dopo il collasso dei crediti e dopo la crisi del 2007, era per il 91% nelle
mani dell’1% dei più ricchi. Il restante 99% della popolazione americana doveva dividersi il rimanente
9% del reddito. Questa è la situazione per quanto concerne la disuguaglianza.
Un’altra questione molto importante, con cui ci si deve confrontare e di cui Greenaccord è giustamente
molto preoccupata, non è solo la questione della modernità che sta vivendo i suoi limiti, ma anche
quella che vede il pianeta raggiungere i suoi limiti. Ci sono due parole che mi vengono in mente:
resilienza e sostenibilità. La prima fa riferimento alla capacità delle parti del pianeta di ricostituirsi, di
ricrearsi attraverso processi naturali dopo essere state sfruttate. La seconda fa riferimento ad una grande
questione: il pianeta è in grado di sopravvivere al nostro stile di vita? Circa il nostro stile di vita oggi,
quello che accade è che stiamo consumando un pianeta e mezzo, che in poche parole significa che
stiamo consumando il 50% in più di quanto la natura del nostro pianeta possa sostenere. Secondo
alcuni scenari demografici, la popolazione mondiale raggiungerà entro la metà di questo secolo i 9
miliardi. Se ciò avvenisse avremmo bisogno di 5 pianeti per poter mantenere l’attuale stile di vita
basato sull’aumento del consumo come unico modo per raggiungere la felicità e come unico modo per
liberarci dei conflitti sociali e politici.
Bene, su questi punti dobbiamo interrogarci. Vi ho detto che non ho molto da aggiungere a quanto già
conosce Greenaccord, che probabilmente concorderà con me che non conosciamo abbastanza di quanto
dovremmo e avremmo bisogno di conoscere. Parlando del futuro dell’umanità, ci sono due domande
che bisogna porre: se l’umanità, l’umanesimo, ha o meno un futuro, e se il futuro avrà o meno un
umanesimo, una umanità.
Per poter rispondere a queste domande vorrei citare il più grande sociologo vivente, Richard Sennet,
che recentemente ha proposto una formula per un nuovo umanesimo, e che, se parliamo di nuovo
umanesimo, dobbiamo richiamare. Partendo dal fatto che viviamo in un pianeta disorganizzato e che è
anche sottoposto ad un rapido e molto diffuso processo di diaspora, e che vivere queste differenze è
diventato il nostro pane quotidiano, non più inusuale, transitorio, temporaneamente irritante, bensì un
normale modo di vivere, quale forma deve prendere un nuovo umanesimo? Non aspettiamoci miracoli,
ma la sola cosa che Richard Sennet può offrire è una strategia e non una “road map”, che è il termine
che va di moda oggi per schematizzare passo per passo come raggiungere l’obiettivo. Lui non offre una
“road map” bensì una strategia e, a proposito, nessuna “road map” proposta dalla politica ha mai
portato qualcuno da qualche parte.
Come affrontare un dialogo che è, senza esitazione, la condizione necessaria per trovare una soluzione?
Senza il dialogo non possiamo fare nulla. La sola salvezza è il dialogo. Ma come condurre il dialogo? Il
dialogo deve essere aperto e informale. Cosa significa informale? Significa che non ha alcun codice di
regole preparato prima. Si deve lasciare che le regole della nostra mutua cooperazione e interazione
vengano create e stabilite nel corso stesso dell’interazione. Che significa aperto? Significa che tutti noi
possiamo entrare in questo dialogo attraverso due strade nello stesso tempo, insegnando e imparando.
Non crediamo, come molti di noi pensano durante i seminari universitari, che lo scopo della
discussione sia provare che io ho ragione e tu hai torto. No, dobbiamo essere preparati alla possibilità
che il dialogo porti ad esporre, svelare e dimostrare che noi siamo nel torto e che qualcun altro abbia
trovato soluzioni migliori che credevamo di avere noi. Infine, sarebbe meglio sostituire la parola
dialogo con la parola cooperazione, perché a differenza del termine “dialogo” ed in particolare
“dialoghi”, che sono utilizzati nelle conferenze, esse non sono dei giochi a somma zero; i termini
“interazione” e in particolare “cooperazione” costituiscono un gioco in cui non ci sono né vincitori né
vinti. Dalla cooperazione ciascuno viene fuori arricchito dall’esperienza che ogni partecipante porta nel
dialogo. Questa è il modo di procedere, e ciò che rimane è sperare che procedendo per questa strada si
giunga alla soluzione di questi processi negativi che altrimenti non possiamo sperare di impedire che
accadano.

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