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I GHIACCIAI ABBANDONANO LE MONTAGNE: L’ALLARME LANCIATO AL FORUM DI GREENACCORDI GHIACCIAI ABBANDONANO LE MONTAGNE: L’ALLARME LANCIATO AL FORUM DI GREENACCORD

La sessione pomeridiana del primo giorno del Forum dell’Informazione Cattolica per la Salvaguardia del Creato è stata dedicata alle conseguenze dei cambiamenti climatici per i territori montani e per la qualità di vita delle comunità locali. Dati, elementi di preoccupazione ma anche comportamenti e azioni virtuose per trasformare la montagna da problema a risorsa

Trento, 15 Giugno – “Fare del facile allarmismo non è utile né opportuno. Ma è un dato di fatto che, con questi ritmi e senza interventi, fra qualche anno arriveremo a doverci confrontare con una realtà in cui ci saranno ancora le montagne ma senza ghiacciai”. La denuncia è di Carlo Baroni, presidente del Comitato Glaciologico Italiano, intervenuto nella sessione pomeridiana del IX Forum dell’Informazione cattolica organizzato a Trento da Greenaccord Onlus in collaborazione con UCSI (Unione cattolica Stampa Italiana) e FISC (Federazione italiana Settimanali Cattolici) e in partenariato con la Provincia autonoma e l’Arcidiocesi di Trento. Una sessione dedicata interamente all’impatto ambientale che la cattiva gestione delle montagne può avere sugli ecosistemi e sulle popolazioni che in quei territori vivono.

Ghiacciaio di Rocciamelone, della Bessanese, della Ciamarella, del Teleccio, della Valsavarenche, dei Forni, Pizzo Ferrè, di Fellaria. Non c’è ghiacciaio che sia rimasto immune da una riduzione che preoccupa, e molto, i climatologi. “Il ghiacciaio della Lobbia – prosegue Baroni – si è ridotto del 42% in estensione e del 65% in volume. Quello della Presanella sull’Adamello ha perso i 2/3 della sua grandezza. È vero che i ghiacciai alpini rappresentano solo lo 0,02% del peso totale di tutti i ghiacciai terrestri. Ma il loro ruolo sugli ecosistemi fluviali italiani e per la fornitura di acqua nei mesi estivi è cruciale per il nostro Paese”. A preoccupare Baroni è però non solo l’aspetto climatico. Ma anche l’assenza di strumenti di monitoraggio adeguato: “l’ultimo catasto dei ghiacciai italiani risale a 1988/89. Da 24 anni a questa parte le rilevazioni sono lasciate alla sensibilità delle realtà locali. Ma manca un quadro d’insieme. Una lacuna gravissima perché senza una fotografia adeguata è impossibile monitorare lo stato di salute di un malato”.

Dal generale al particolare. In un’altra relazione, il biologo Francesco Petretti, noto al grande pubblico per essere uno degli storici collaboratori di Geo & Geo, ha portato l’esempio di quanto la tutela dell’ecosistema naturale si traduca in fonte di reddito per le popolazioni locali. “Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, nella Valle del Sangro, ogni anno 1,5 milioni di visitatori sono attratti principalmente, se non unicamente, dall’orso marsicano. Gli orsi diventano veri e propri datori di lavoro, che tengono in piedi un’economia locale. Basti pensare che nei Comuni del Parco ci sono 138 insegne commerciali che richiamano a questo animale. Quel territorio non ha stabilimenti industriali né imprese agricole rilevanti. Consentire che si riducano di numero fin quasi all’estinzione è una scelta assolutamente miope”.

Un’esperienza virtuosa nella difficile strada della tutela degli ecosistemi montani però esiste. È quella della Convenzione delle Alpi, il primo trattato internazionale al mondo che si rivolge a uno specifico territorio condiviso tra vari Stati. Un vero e proprio apripista a esperienze analoghe che hanno poi coinvolto o stanno coinvolgendo i Carpazi, i Balcani, il Caucaso e le Ande. “Grazie a questa convenzione, che ormai ha 21 anni – spiega Marcella Morandini, funzionario della Convenzione delle Alpi – si è capito che la costruzione di un futuro sostenibile della montagna passa attraverso tre pilastri: un approccio transnazionale, basato sulla cooperazione tra diversi Stati tra i quali è diviso l’arco alpino, perché iniziative nazionali sono pressoché inutili; un senso di responsabilità condiviso che riconosca le Alpi come una specificità da tutelare; il riconoscimento del limite come punto di partenza per attuare politiche di tutela”.

Una tutela, quella della montagna, che passa inevitabilmente per il coinvolgimento dei piccoli Comuni che, come spiega il presidente del Comitato Scientifico dell’Accademia della Montagna, Annibale Salsa, “rappresentano il fulcro del territorio montano. Sono loro che fanno capire come la montagna non deve essere considerata un problema ma una risorsa. Purtroppo le logiche dominanti non riescono a captare le opportunità connesse con la sua valorizzazione”.

Chi invece ha ben presente le opportunità che la montagna può offrire in termini di risorse naturali sono i suoi abitanti e le comunità locali che spesso hanno potuto utilizzare i territori montani sotto forma di usi civici e che si sono tramutati in risorse per la loro vita. “Gli usi civici – spiega Paolo Castelnovi, docente del Politecnico di Torino – testimoniano una concezione che parla di un patto molto responsabile tra l’uomo e il proprio territorio, di comportamenti rispettosi e utili. Noi però abbiamo rotto la continuità di questo patto: l’agricoltura ha perso il suo carattere di sistema primario di produzione, soprattutto in montagna dove è spesso più faticosa e meno produttiva”.

I lavori del del IX Forum dell’informazione cattolica per la Salvaguardia del Creato possono essere seguiti in diretta streaming sul sito www.greenaccord.org. Sullo stesso sito è disponibile il programma completo dei relatori e le sintesi degli interventi.The text is available only in italian

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