Il Coronavirus ci ricorda: siamo un’unica famiglia umana

Il futuro che vorremmo evitare è già oggi e la drammatica situazione della pandemia ce lo ricorda inequivocabilmente. Le drammatiche giornate che ciascuno di noi sta vivendo ci inducono a molte riflessioni sul futuro.

La prima considerazione da fare è che un destino comune lega ogni persona, ogni regione, ogni nazione: siamo un’unica famiglia umana, in un’unica casa comune. Abbiamo oggi la tangibile percezione che questa affermazione, che abbiamo letto e scritto tante di quelle volte da considerarla come uno slogan, forse eccessivamente romantico, sia invece una realtà concreta su cui misurare il futuro nostro e dei nostri figli.

Se poi leggiamo i tanti articoli scientifici sul Coronavirus che stanno popolando le riviste più prestigiose, scopriamo la drammatica attualità di un estremo bisogno di specialisti per difenderci dalle pandemie, ma anche di persone in grado di una visione ampia, interdisciplinare, olistica, per comprenderne l’origine e prevenirle.

In un articolo pubblicato il 25 febbraio scorso nella rivista PNAS, edita dall’Accademia Nazionale delle Scienze degli USA (Di Marco et alii), si sottolinea il collegamento fra i cambiamenti globali che stanno sconvolgendo la “nostra casa comune”: i cambiamenti climatici, l’inquinamento, la deforestazione, la perdita di biodiversità. Si afferma nell’articolo che circa il 70% delle ultime pandemie, come l’Ebola, la SARS la MES e l’attuale Coronavirus, abbiano origine in animali selvatici, attraverso mutazioni che avvengono nel passaggio in animali domestici ed infine nell’uomo. Quindi dei virus, che sono parte dell’equilibrio naturale in cui si sono generati, diventano una grave minaccia se diffusi in ambienti antropizzati.

A questo punto emerge un’altra considerazione che riguarda la velocità di diffusione di questi virus. L’ambiente antropizzato sembra un ambiente particolarmente favorevole ai virus. Una popolazione mondiale di circa sette miliardi e 800 milioni di persone, delle quali circa 4 miliardi e 300 milioni assembrate in agglomerati urbani, spesso in enormi periferie degradate, in abitazioni insicure e con servizi igienici assenti o estremamente carenti, rappresenta una grande opportunità di espansione per un virus che si è da poco adattato a riprodursi nell’organismo umano. Il processo di urbanizzazione porterà nel 2050 fra i 6 e i 7 miliardi di persone a concentrarsi in città sovraffollate; ma ciò non alleggerirà il peso sugli ecosistemi naturali, anzi, procedendo nella corsa ai consumi, quelli utili e quelli inutili, accelererà il ritmo della loro distruzione, per far spazio a coltivazioni intensive e attività minerarie, aggravando gli impatti dei cambiamenti climatici.

Questo sta accadendo già oggi. Il 2019 è stato l’anno delle grandi perdite di ecosistemi fondamentali ad opera di grandi incendi, a volte appiccati dall’uomo con l’intento di sfruttare industrialmente terreni e risorse minerarie, come nel caso dell’Amazzonia, altre volte causate dai cambiamenti climatici (anch’essi opera dell’uomo), come accaduto in Australia durante una estate particolarmente calda e siccitosa. Ciò creerà maggiori contatti, di merci, alimenti e persone, con specie selvatiche che portano nel loro successo evolutivo l’ospitalità di virus a volte letali per specie antagoniste. Se a ciò aggiungiamo che molte persone si spostano con facilità da un continente all’altro, sia per lavoro che per turismo, ed altrettanto fanno le merci nell’era del consumismo globalizzato, è facile comprendere perché il problema, oltre alla pericolosità del virus è la enorme velocità di diffusione che genera pandemie globali.

Sembra che gran parte dei cosiddetti obiettivi delle nazioni unite per il 2030, i Sustainable Development Goals (SDG), ci stiano evaporando fra le mani, che non bastino per raggiungerli piccole correzioni di rotta del modello che li ha generati e resi necessari; mi riferisco in particolare a: “Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età”, “Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile di acqua e servizi igienici per tutti”, “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili”, “Adottare  misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze”, “Proteggere, ripristinare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire in modo sostenibile le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e invertire il degrado dei suoli e fermare la perdita di biodiversità

Anche Papa Francesco ha scritto con chiarezza nella notissima Enciclica “Laudato si”, che “Affinché sorgano nuovi modelli di progresso abbiamo bisogno di «cambiare il modello di sviluppo globale», la qual cosa implica riflettere responsabilmente «sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni». Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro.” (Laudato si, 194).

E allora che fare?

La vita essenziale a cui siamo costretti in questi giorni di emergenza ci sta facendo scoprire un ritmo diverso del nostro tempo, dove può trovare spazio la riflessione sul senso essenziale della vita, di cui fa parte anche la pulizia della casa, la preparazione del cibo, che non va sprecato per evitare di moltiplicare insidiose uscite ai supermarket, ecc. Uno stile di vita più sobrio ci comincia a sembrare possibile e ci fa scoprire la fragilità della nostra esistenza, ci richiama ad una concezione più realistica di noi stessi e del mondo. Il preteso dominio assoluto dell’uomo sulla natura che ha dato origine alla civiltà moderna sembra sbriciolarsi.

Accanto a ciò proviamo una forte mancanza di relazioni umane ampie e dirette, cui solo in parte sono in grado di sopperire i “social media”. Insieme al bisogno degli altri, temiamo che le privazioni di queste settimane possano prolungarsi e ripetersi in futuro con sempre maggior frequenza. Cresce in noi l’interrogativo: come possiamo chiamare progresso un modello di sviluppo che ci toglie tutto ciò che davvero conta nella nostra civiltà, la socialità, la libertà di uscire di casa? Il fatto stesso che la democrazia debba essere sospesa a tempo indeterminato è la negazione di tutto ciò che abbiamo sempre dato per scontato. Perfino il prolungamento della vita umana, elemento fondante del successo delle economie più prospere, viene messo in discussione dalla drammaticità di una pandemia.

Sembra che all’improvviso ci venga presentato un conto che non avevamo mai pensato di dover pagare! Se questo non è il futuro che vogliamo, utilizziamo questi giorni difficili per ripensare i nostri stili di vita, i nostri obiettivi, l’uso del nostro tempo.

La posta in gioco è la nostra stessa civiltà.

*Un contributo a cura di Andrea Masullo, Direttore Scientifico di Greenaccord. Tratto da Rinnovabili.it

Foto tratta da Pixabay

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