COP21: il commento di GreenaccordCOP21: a comment on by Greenaccord

La firma del cosiddetto Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici è stata accolta con entusiasmo dai partecipanti, delegazioni ufficiali ed ambientalisti, ma leggendo con attenzione il documento permangono motivi di grande preoccupazione.

La scienza ha ormai largamente avvisato che la partita è quasi, ma non ancora del tutto, persa, in quanto il mondo sta correndo verso scenari di aumento delle temperature globali fra i 3 e i 5°C aprendo prospettive tali da poter mettere a rischio la stessa civiltà umana; è quello che ha affermato Hans Schellnhuber, durante il Forum Internazionale di Greenaccord, sottolineando che la civiltà umana si è sviluppata grazie alla stabilità climatica degli ultimi 11.000 anni.

Ebbene, l’Accordo di Parigi si fonda su impegni volontari insufficienti, che allo stato attuale aprirebbero scenari di aumento delle temperature medie globali intorno ai 3°C rispetto al periodo pre-industriale, pur dichiarando di perseguire l’obiettivo ambizioso di restare al di sotto del limite di 1,5°C, ritenuto, in uno studio pubblicato dai più illustri climatologi mondiali guidati da James Hansen, l’aumento sperimentato con conseguenze catastrofiche durante la precedente fase climatica di 100.000 anni fa (periodo Eemiano). Nonostante le previste revisioni periodiche degli impegni nazionali volontari ed alcune importanti novità che ci fanno continuare a sperare, non c’è l’auspicata svolta etica per il superamento dell’attuale paradigma tecnocratico fondato sul consumismo e sulle fonti energetiche fossili che sta conducendo l’umanità verso la catastrofe. Molto sfumata e incerta è la road-map tracciata laddove si auspicava che fosse impegnativa e vincolante. In pratica siamo ben lontani da quegli “adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica e di sanzione delle inadempienze” auspicati da Papa Francesco che sottolineava quanto “in questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare”.

L’accordo, nelle posizioni di principio, riconosce tutte le rilevanze espresse dal 5° Rapporto dell’IPCC, e questo è uno dei fatti che ha generato maggior entusiasmo nel mondo ambientalista; noi riteniamo improprio che questo riconoscimento dei risultati scientifici da parte della politica possa essere ritenuto un successo laddove dovrebbe essere considerato un “atto dovuto” se non si vuol subordinare la scienza alla politica in una sorta di neo-oscurantismo.

Consideriamo invece positiva la convergenza sul riconoscere il diritto dei paesi poveri e in via di sviluppo a ricevere un adeguato sostegno finanziario per conseguire la necessaria crescita economica seguendo percorsi low carbon sostenibili, anche se tali aiuti richiedono chiare precisazioni sulle modalità con cui verranno gestiti ed indirizzati fra i diversi paesi e le diverse tipologie di azione, e le cifre attualmente previste appaiono insufficienti.

Consideriamo invece un arretramento rispetto al percorso seguito nelle COP precedenti il contenuto dell’Art. 4 dove non viene definito un riferimento temporale preciso entro cui superare il picco di emissioni ed iniziare la auspicata discesa, rimandando alla seconda metà del secolo il bilanciamento fra emissioni ed assorbimento naturale del carbonio, cancellando di fatto l’obiettivo “emissioni zero”. Questo è infatti un passaggio che consentirà ai paesi di ridurre il loro impegno di taglio diretto delle emissioni nella misura in cui contribuiranno ad aumentare le capacità planetarie di immagazzinamento, per esempio attraverso attività di forestazione e modifiche nell’uso del suolo. Si passa dunque da un qualcosa di monitorabile direttamente, come le emissioni, a fattori legati a meccanismi biologici complessi e variabili nel tempo, soggetti a modifiche improvvise e imprevedibili, e pertanto più difficili da valutare. Non è un caso che la raccomandazione dell’IPCC di ridurre le emissioni tra il 40 e il 70% entro il 2050 sia del tutto assente dall’accordo.

Ricordando che emissioni e concentrazioni sono in un rapporto di causa-effetto, l’aumento delle capacità di assorbimento naturale del carbonio da parte della biosfera dovrebbe essere considerato uno strumento di riduzione delle concentrazioni di CO2 (effetto) prodotte dalle emissioni pregresse e non un mezzo di sostituzione parziale degli impegni di riduzione delle emissioni future (causa).

In definitiva vediamo in questo accordo una positività politica per l’ampio coinvolgimento di governi ed istituzioni economiche e finanziarie che non si sarebbero seduti al tavolo di una trattativa su impegni vincolanti imposti dall’esterno, col rischio di ripetere l’esperienza fatta con il protocollo di Kyoto in cui, in assenza di sanzioni, gli impegni presi non hanno portato ai risultati previsti.

Tuttavia, questo accordo fondato su impegni volontari, porta con sé il grande rischio che i futuri governi, che verranno dopo quelli che lo hanno sottoscritto, possano con facilità tirarsene fuori. Allora non ci resta che sperare che almeno serva ad accelerare la maturazione delle energie rinnovabili oltre una soglia tale da innescare l’indispensabile conversione alla sostenibilità del sistema economico e finanziario. Speravamo alla vigilia di vedere una “unica famiglia umana” assumersi la responsabilità di difendere “la casa comune”; purtroppo dobbiamo ancora una volta confidare, invece che sull’etica, sulle leggi di mercato.

a cura del direttore scientifico di Greenaccord, Andrea Masullo


prestigioso esponente del Potsdam Institute for Climate Impact.

Climate last call, Rieti, 18-21 novembre 2015.

Hansen J., Sato M., Hearty P., et alii, Ice Melt, Sea Level Rise and Superstorms: Evidence from Paleoclimate Data, Climate Modeling, and Modern Observations that 2°C Global Warming is Highly Dangerous, Atmos. Chem. Phys. Discuss., 15, 20059-20179, 2015 www.atmos-chem-phys-discuss.net/15/20059/2015/ doi:10.5194/acpd-15-20059-2015

Enciclica “Laudato si’” (167).

Ibidem (175).

Organismo creato dalle Nazioni Unite per la valutazione degli aspetti scientifici dei cambiamenti climatici.

Article 4 – 1. In order to achieve the long-term temperature goal set out in Article 2, Parties aim to reach global peaking of greenhouse gas emissions as soon as possible, recognizing that peaking will take longer for developing country Parties, and to undertake rapid reductions thereafter in accordance with best available science, so as to achieve a balance between anthropogenic emissions by sources and removals by sinks of greenhouse gases in the second half of this century, on the basis of equity, and in the context of sustainable development and efforts to eradicate poverty.

by Andrea Masullo

The signing of the so-called Paris Agreement on climate change has been greeted with enthusiasm by the participants, official delegations and environmentalists but, by carefully reading the document, still reasons for concern persist.

Science has now largely warned that the game is almost, but not yet completely, lost, because the world is running towards scenarios of rising global temperatures between 3° and 5 °C and opens perspectives such as to put at risk the very human civilization; it is what Hans Schellnhuber[i] said, during the International Forum of Greenaccord[ii], stressing that human civilization has developed thanks to the climate stability of the last 11,000 years.

Well, the Paris agreement is based on largely insufficient voluntary commitments, that, at the current state, open up scenarios of increase in global average temperatures around 3 °C compared to pre-industrial period, while claiming to pursue the ambitious goal of being below the limit of 1.5 °C. That limit has been considered in a study published by the world’s most distinguished climatologists led by James Hansen[iii], the increase experienced 100,000 years ago during the previous climate phase (Eemian period) with catastrophic consequences. Despite the planned periodic reviews of national voluntary commitments and some important news that make us continue to hope, ethical turn advocated for overcoming the current technocratic paradigm based on consumerism and on fossil fuels that is leading humanity towards catastrophe is missing. The roadmap which has been drawn is very nuanced and uncertain, where it was hoped to be challenging and binding. In practice we are far from those “suitable mechanisms for oversight, periodic review and penalties in cases of non-compliance” hoped for by Pope Francesco[iv] which highlighted how “given this situation, it is essential to devise stronger and more efficiently organized international institutions, with functionaries who are appointed fairly by agreement among national governments, and empowered to impose sanctions.[v]

The agreement, in the positions of principle, recognizes all the recommendations expressed by the 5th IPCC Report, and this is one of the facts that generated more enthusiasm in the environmental world; we consider inappropriate that this recognition of scientific results by the political world can be view as a success while it should logically be considered a “necessary act” if we do not want to subordinate science to politics in a kind of neo-obscurantism.

We consider instead as positive the convergence on the recognition of the right of the poor and developing countries to receive adequate financial support in order to achieve the necessary economic growth along sustainable low carbon pathways, although such aids demand clear explanations on how they will be managed and directed between the different countries and on the different types of action, and the currently estimated figures are largely insufficient.

Whereas we consider the content of Art. 4 a retreat from the path followed in previous COPs. In that Article it is not defined a precise reference point by which to reach the peaking of emissions and begin the desired descent, postponing the balance between emissions and removals by sinks to the second half of the century and so effectively deleting the goal of “zero emissions”[vi]..This is indeed a passage that will allow countries to reduce their direct commitment to cut emissions insofar as they will help increase the global capability of storage, for example through forestation activities and changes in land use. We move from something we can monitor directly, such as emissions, to factors related to biological mechanisms which are complex and variable over time, susceptible to sudden and unpredictable changes, and therefore more difficult to assess. It is no coincidence that the recommendation of the IPCC to reduce emissions between 40 and 70% by 2050 is entirely missing from the agreement.

Reminding that emissions and concentrations are in a relationship of cause/effect, the increase in the capacity of natural capture of carbon by the biosphere should be considered a tool for reducing CO2 concentrations (effect) produced by past emissions and not a means of partial replacement of the commitments to reduce future emissions (cause).

Ultimately we see in this agreement a positive policy for the greater involvement of governments and economic and financial institutions that would not sit at the table of negotiations on binding commitments imposed from the outside, at the risk of repeating the experience with the Kyoto protocol where, since there were no sanctions, the commitments made have not brought the expected results.

However, this agreement based on voluntary commitments, carries the great risk that future governments, which come after those who have signed it, can easily get out of it. So we just have to hope that at least it will help to accelerate the maturation of renewable energy over a threshold so as to trigger the necessary conversion of the economic and financial system to sustainability.  On the eve we hoped to see “one human family” takes the responsibility to protect “the common house”; unfortunately we must once again rely on the laws of the market rather than on ethics.


[i] Director of Potsdam Institute for Climate Impact

[ii][ii] Climate last call, Rieti, 18-21 November 2015

[iii][iii] Hansen J., Sato M., Hearty P., et alii, Ice Melt, Sea Level Rise and Superstorms: Evidence from Paleoclimate Data, Climate Modeling, and Modern Observations that 2°C Global Warming is Highly Dangerous, Atmos. Chem. Phys. Discuss., 15, 20059-20179, 2015 www.atmos-chem-phys-discuss.net/15/20059/2015/ doi:10.5194/acpd-15-20059-2015

[iv]Enccyclical “Laudato si’ (167)

[v][v] Ibidem (175)

[vi][vi] Article 4 – 1. In order to achieve the long-term temperature goal set out in Article 2, Parties aim to reach global peaking of greenhouse gas emissions as soon as possible, recognizing that peaking will take longer for developing country Parties, and to undertake rapid reductions thereafter in accordance with best available science, so as to achieve a balance between anthropogenic emissions by sources and removals by sinks of greenhouse gases in the second half of this century, on the basis of equity, and in the context of sustainable development and efforts to eradicate poverty.

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