Greenaccord – Press & Communication Office

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AMBIENTE E GRANDI OPERE: IL DIBATTITO È APERTOENVIRONMENT AND ENGINEERING AN OPEN ARGUMENT

Nel terzo giorno di lavori del IX Forum Internazionale Greenaccord dell’Informazione ambientale, la discussione verte sull’impatto delle megastrutture sugli ecosistemi. Da Fukushima alla Val di Susa. Con un’analisi di Ignacio Ramonet.

Alba, 20 Ottobre – Le grandi opere sono compatibili con l’ambiente? Il dibattito coinvolge gli oltre cento giornalisti protagonisti del IX Forum internazionale Greenaccord per la Salvaguardia della Natura, ospitato oggi al Centro Ricerche “la Filanda” della Ferrero di Alba. Ad animare la discussione, la testimonianza di Tetsuro Akanegakubo, direttore della Scuola Giapponese di Roma e l’analisi critica di Ignacio Ramonet, ex direttore di Le Monde Diplomatique. “Se c’è una cosa che abbiamo imparato dall’esplosione della centrale nucleare – osserva Akanegakubo – è che non esiste nulla di assolutamente sicuro. E che il controllo della produzione energetica in poche mani non aiuta la sicurezza. Infatti, dopo la tragedia, abbiamo iniziato a preoccuparci di decentrare tale produzione, ripensare il modello energetico. Già da mesi i Comuni, anche quelli più piccoli, hanno iniziato a incentivare l’uso di fonti pulite. Cittadini e aziende vogliono prodursi da sé l’energia e stanno investendo nei sistemi di risparmio energetico. Quest’estate molti non hanno potuto usare i condizionatori e hanno sofferto il caldo: è bastato questo per diffondere l’esigenza di un cambio di approccio al problema delle fonti d’energia, che veda i cittadini protagonisti”.

Da Fukushima alla Val di Susa: “La tratta ad alta velocità che vogliono costruire qui in Val di Susa – commenta invece Ignacio Ramonet – è una dei tanti progetti ingegneristici insostenibili e nemici dell’ambiente. Non possiamo continuare a costruire megastrutture. Grandi arterie stradali, reti di alta velocità, tunnel sotto le montagne, grandi centrali elettriche: sono tutte opere incompatibili con un modello di sviluppo a basso impatto ambientale. Soprattutto sono esempi del superpotere politico e ingegneristico, portato avanti senza una consultazione popolare, in particolare delle popolazioni direttamente interessate”.

“Dobbiamo aver chiaro che vogliamo far scomparire dal mondo l’uso dei combustibili fossili, come è scomparsa la schiavitù. Che l’energia nucleare non è un problema locale, perché non esistono incidenti nucleari locali. Non esiste l’incidente di Fukushima. Esiste un incidente nucleare globale”.

Nel suo intervento, Ramonet parla anche di Libia e delle rivolte che hanno reso protagoniste i popoli arabi e dell’Africa mediterranea: “I risultati ottenuti in Tunisia e in Egitto, ma anche in Siria, Marocco e Bahrein sono stati resi possibili dalle nuove reti sociali, che hanno permesso di amplificare e accelerare i flussi d’informazione. L’uso dei nuovi media ha permesso alla società civile di marcare la propria presenza. In alcuni casi, in modo drammatico, con il sovvertimento dei regimi. In altri casi costringendo i governanti a concedere riforme”.

Alla fine una difesa del pensiero utopista: “Dal punto di vista umanistico, utopia significa proporre alternative all’esistente. Significa dire che non siamo condannati ad accontentarci dello status quo. Che possiamo cambiare le cose. Nella storia ci sono molte utopie realizzate: l’idea della negoziazione tra gli Stati. L’Onu, la stessa Unione europea: l’Europa era la zona calda del mondo. Ora è in pace e si pone come modello per altre aree mondiali. Dobbiamo riproporre il pensiero utopista, ma ricordiamoci che per ottenere obiettivi che sembrano irrealizzabili occorre sapere chiaramente dove si vuole andare. Ecco perché – conclude Ramonet – chi si occupa di ambiente deve saper costruire una visione collettiva e un racconto del nuovo mondo che si vuole creare. Bisogna essere capaci di proporre un’alternativa a questo mondo, in tutti gli aspetti. Sociali, economici e paesaggistici”.

During the third day of the Ninth International Greenaccord Media Forum on the Protection of Nature, the debate is centered on the impact of megastructures on local and global ecosystems. From Fukushima to the Susa Valley. With a critical analysis by Ignacio Ramonet.

Alba, 20 October – Can major engineering projects be compatible with the environment? An open question for the over one hundred journalists present at the Ninth International Greenaccord Media Forum on the Protection of Nature, housed today at the Ferrero “La Filanda” Research Center in Alba. A debate stimulated firstly by the words of Tetsuro Akanegakubo, director of the Japanese School of Rome, and then by the eloquently critical analysis of Ignacio Ramonet, former director of Le Monde Diplomatique. “One thing we have certainly learned from the explosion of the nuclear power plant – notes Akanegakubo – is that nothing in this world is ever absolutely safe. And, also, that to leave the control of energy production in very few hands is a danger to safety. In fact, after the tragedy, we began to take an interest in how to decentralize production, re-thinking our energy model. In the past few months many Municipalities, including the smallest ones, have began to promote the use of renewable energy. Citizens and companies want to produce their own energy, and are investing in energy-saving systems. This summer many people could not use their air conditioning systems and suffered the heat. This was enough to bring home the need for a transformation in the way we face the problem of energy sources, a transformation based on citizen empowerment“.

From Fukushima to the Susa Valley: “The high speed track scheduled for construction here in the Susa Valley –pointed out Ignacio Ramonet – is one of many unsustainable engineering projects which threaten the environment. We cannot continue to build these megastructures. Super-highways, tunnels delving under the mountains, high speed train lines, major power plants: these kinds of project are inherently incompatible with low-impact environmental development. All the more so when they incarnate the dominion of political and technical-engineering powers, imposed without consulting the public opinion, particularly the populations directly concerned“.

We must uphold the idea that we want the use of fossil fuels to disappear from the world, just like happened with slavery. That nuclear power is not a local issue, because there can be no local nuclear accidents. There is no such thing as the Fukushima accident. There is, rather, a global nuclear accident“.

In his lecture, Ramonet also made reference to Lybia and the recent revolts which put the Arab nations and Mediterranean Africa central stage. “The results obtained in Tunisia and in Egypt, but also in Syria, Morocco and Bahrain, were made possible thanks to the new social networks, which allowed for an amplification and an acceleration of information flows. The use of these new media enabled civil society to make its presence felt: in some cases, dramatically so, to the point of overturning regimes. In other instances, by forcing authoritarian governments to grant reforms“.

And finally, a defense of the utopian tradition. “Looking at humanism, utopia has to do with suggesting alternatives to the present. It means realizing that we are not condemned to make do with things as they are today. That we can make changes. If we look at history, many of yesterday’s utopias are now realities. The very idea of open negotiations among heads of State; the United Nations; the European Union. Europe used to be the hot spot of the globe. Today, in peace, it offers a model to other areas of the world. We need to reclaim utopian thinking. But we also need to remember that if we wish to achieve apparently impossible targets, we must have a clear knowledge of where it is that we wish to go. This is why – noted Mr. Ramonet at the end of his speech –  those of us who are concerned with the environment must be able to construct a collective vision. To tell the story of the new world we want to create. We have to learn how to offer an alternative to the state of the planet, in every one of its components: social, economical, and environmental”.

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