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Abstract incontro con Zygmunt BaumanAbstract event with Zygmunt Bauman

Tavola Rotonda “Verso un nuovo umanesimo. Una umanità smarrita in cerca di futuro”. Roma, 12 febbraio 2013

Un ringraziamento speciale ad Andrea Masullo, Teresa Bello e Miriam Lanzani per la collaborazione.

Lumsa, 12 Febbraio 2013 - Verso un nuovo umanesimo

Scarica il file con gli interventi qui: Intervento_Bauman_ITA

Zygmunt Bauman:

Verso un nuovo umanesimo
di Zygmunt Bauman
Il primo problema che ci si pone dinanzi è verificare se c’è ancora un po’ di umanità in giro. Cercherò di motivare e spiegare la mia opinione su questo tema. Questo è l’argomento più importante del nostro tempo poiché indica che la situazione in cui ci troviamo ora può essere brevemente descritta come la modernità che è giunta davvero a confrontarsi con i propri limiti. Questa è un’affermazione drammatica se ci pensate perché abbiamo vissuto all’ombra della vita moderna, di visioni e mentalità moderne, consuetudini moderne, negli ultimi 400 o 500 anni. È un tempo molto lungo che ci fa considerare la vita moderna non solo come la normalità ma anche come l’unica pensabile e rende difficile per l’umanità  adattarsi e assumere scelte coerenti con il verdetto della natura.
Oggi siamo divisi tra ottimisti e pessimisti ma la differenza tra i due è superficiale e non troppo netta, perché gli ottimisti pensano che questo mondo in cui viviamo ora sia il migliore possibile mentre i pessimisti sospettano che gli ottimisti possano avere ragione. Entrambi concordano su una cosa: sul fatto che c’è molto poca speranza. La speranza è in crisi.
Cosa significa modernità? La modernità è la combinazione di tre elementi. Il primo è la fiducia riposta nel fatto che  la scienza e la tecnologia siano destinate a risolvere tutti i problemi con cui ci confrontiamo e a condurci verso un modo di convivenza umana perfetto, una società perfetta. Come ha evidenziato Leon Battista Alberti, la perfezione è uno stato in cui ogni ulteriore cambiamento può essere solo un peggioramento del mondo, ciò significa che è un momento in cui ci fermiamo poiché tutti i nostri bisogni sono soddisfatti, siamo felici e non c’è necessità di cercare ulteriori cambiamenti. Lo sforzo di modernizzazione è limitato nel tempo. C’è molto sudore, a volte anche del sangue che si è dovuto versare, ma alla fine tutto andrà a buon fine.
Questo modo moderno di concepire la vita ebbe inizio nel XVI/XVII secolo ed è giunto ad una consapevolezza di sé nel XVIII secolo, particolarmente dopo il disastro di Lisbona. Nel 1755 Lisbona venne distrutta da un triplo disastro: innanzitutto un terremoto, poi un incendio che distrusse tutto ciò che era rimasto dopo il terremoto, infine qualcosa che oggi chiameremmo uno tsunami, le onde marine che coprirono tutto ciò che era rimasto. Lisbona al tempo era uno dei più importanti centri di scambio commerciale, politico e culturale dell’Europa, e il disastro fu preso molto seriamente da tutti i più autorevoli personaggi del tempo. Ci fu una lunga discussione che durò per molto tempo tra Rousseau e Voltaire su quali conclusioni trarre dall’evento. La conclusione fu che non si può confidare nella natura ma bisogna conquistarla, vincerla, fare meglio di lei perché essa è cieca e indifferente verso i bisogni umani. Per dirla in breve, il mondo dovrebbe essere portato al “humanagement” (human management), cioè noi faremo con la ragione ciò che né la storia né la natura pianificano di ottenere.
Nel XIX secolo, lo stile di vita moderno ha acquisito questo tipo di fiducia in se stesso o, se volete, un’arroganza che ha permesso di diffondere il suo vangelo al resto del pianeta. Il XX secolo ha portato alla globalizzazione dello stile di vita moderno. Il XXI è il secolo in cui dobbiamo fare i conti con le conseguenze di questo  sviluppo.
Come ho detto, la modernità si basa su tre elementi. Il primo è la fiducia messa nell’eccezionale e miracolosa capacità della scienza e della tecnologia, la sua crescente ed intrinseca natura progressiva.
Il secondo elemento è credere nell’entità che può fare qualsiasi cosa, lo Stato, che ha il monopolio della legittima coercizione, lo Stato Nazione che combina in sé potere, che è la possibilità di fare le cose, e politica che è la possibilità di decidere quali cose debbano essere realizzate e quali si debbano rifiutare.
Il terzo elemento è l’economia capitalistica globale: uno scambio commerciale di merci il più possibile globale e sregolato e uno scambio di conoscenza e informazione.
Questi tre elementi che si combinano insieme nello stile di vita moderno, sono oggi fortemente messi in discussione. Oggi non funzionano più molto bene, non riescono più a realizzare le promesse fatte e soprattutto ciò che viene messo in dubbio è che in essi veramente si trovi la strada per la salvezza.
Stiamo affrontando due questioni che si combinano nell’atmosfera dell’ “inter-regnum”. Ho preso in prestito questo termine dal grande filosofo italiano Antonio Gramsci che a sua volta lo riprende da Tito Livio che ha scritto “Ab Urbe Condita”, la prima leggendaria storia di Roma. Secondo lui il primo momento in cui si è manifestato l’interregno fu dopo la morte del primo leggendario re di Roma, Romolo.
Romolo ha governato su Roma per 37 anni e 37 anni era la durata media della vita dei romani del tempo, il che significa che quando morì Romolo c’erano pochissime persone che potessero immaginare un mondo senza Romolo. In quel momento ci fu lo shock dell’interregno. Improvvisamente la vecchia autorevole fonte di saggezza, istruzione, comando che era Romolo, scomparve e non c’era più alcuna persona altrettanto importante e degna di fiducia come lui.
Antonio Gramsci ha dato al termine “inter-regnum” il nuovo significato moderno, per il quale esso non è più l’interruzione tra la vecchia volontà che non c’è più e una nuova che non è ancora emersa. Le vecchie abitudini, le consuetudini che eravamo soliti applicare con buoni effetti non funzionano più, mentre i nuovi stili di vita che possono essere più efficienti sono ancora nella fase di progettazione, nella tavolozza, sotto sperimentazione, e non si sa ancora quali siano affidabili e quali debbano essere selezionati. Questo è la situazione di interregno, e ci troviamo in questo stato quando la modernità si confronta con i propri limiti.
Possiamo porre la questione anche in un’altra maniera. In questo momento stiamo attraversando una crisi di autorità. La grande domanda non è più quella di quando ero giovane, ossia: Cosa deve essere fatto? Questa è una domanda molto complicata ma è diventata ingenuamente facile se paragonata con la seconda domanda che non è mai stata posta quando ero giovane, perché tutti erano convinti di avere già una risposta. La seconda domanda è: chi lo farà?
Come vi ho detto precedentemente, qualunque fosse la vostra opinione politica, che foste di destra o di sinistra, a metà del secolo scorso la cosa non sarebbe stata in discussione; se sapevamo cosa fare e potevamo spingerlo avanti in qualche maniera, allora non c’era alcun dubbio su chi dovesse farlo: era lo Stato Nazione. Nelle sue mani avevamo riposto tutto ciò che era necessario per agire: il potere e la politica.
Ciò che accadde nella seconda parte del XX secolo, e continua ad accadere ancora oggi, è l’evaporazione del potere dello Stato Nazione che è stato collocato in una terra di nessuno, in una sorta di selvaggio west, di cyberspazio, che Manuel Castells chiama “lo spazio dei flussi”.  Questo va al di là delle capacità di ogni esistente entità politica e autorità. Ci sono dei poteri che decidono con quale tipo di vita dobbiamo confrontarci, ma che sono emancipati dagli strumenti di controllo politico che i nostri padri, tra il XIX e il XX secolo, hanno creato nella forma di sistemi politici democratici, rappresentazione della volontà popolare, monopolio dei mezzi di legittima coercizione.
D’altronde, abbiamo istituzioni politiche tradizionali che abbiamo ereditato dai vecchi sistemi, abbiamo lo Stato Nazione, abbiamo il Parlamento, le Corti Supreme, che sono tutti confinati territorialmente, che significa che essi possono farsi più o meno carico, o almeno tentare di farlo, del territorio che è circondato dai confini di un dato Stato Nazione, mentre i problemi che si trova ad affrontare non sono territoriali bensì extra-territoriali. Essi sono nelle mani di poteri che sanno di ignorare, di minimizzare, di non tener conto delle tradizioni locali, delle preferenze locali, dei valori locali, ecc. Quindi da una parte vi è l’emancipazione del potere dal controllo politico, dall’altra vi è una politica che soffre per la costante mancanza di potere. Per questo la domanda “chi lo farà?” ha una risposta molto difficile.
Dov’è l’autorità capace di portare il cambiamento? Vorrei citare John Maxwell Coetzee, un grande filosofo e un eccellente scrittore sud africano, così come anche un infaticabile osservatore delle scene mondiali. Concordo perfettamente con lui, e spero che concorderete anche voi, quando dice: “che il nostro mondo debba essere diviso tra entità economiche competitive perché questo è quanto la sua natura richiede, è inverosimile. Economisti competitivi esistono perché noi abbiamo deciso di dargli forma. La competizione è un sostituto sublimato della guerra. La guerra non è in nessun modo inevitabile. Se volete la guerra, possiamo scegliere la guerra, ma se volete la pace possiamo allora ugualmente scegliere la pace. Se desideriamo la rivalità possiamo scegliere la rivalità, ma possiamo anche scegliere un’amichevole cooperazione”.
Fino a che punto questo dilemma è nelle nostre mani? Ancora una domanda: chi metterà la carne su queste ossa? Questa è una domanda importante perché il divorzio di cui siamo testimoni tra potere e politica ha le sue conseguenze. Lo Stato Nazione è semplicemente incapace di ergersi al livello dei problemi con cui si confronta. Recentemente ho avuto un incubo: ero stato chiamato a far parte del Governo. Perché era un incubo essere Ministro di un governo? Perché i governi contemporanei sono sottoposti ad un doppio legame. Da un lato sono pressati perché devono venire rieletti, pertanto devono ascoltare ciò che la Nazione vuole e li obbliga a promettere e far di tutto per mantenere le promesse fatte. Tuttavia, la gamma delle opzioni di scelta che hanno dipende dalle decisioni di forze esterne sulle quali loro hanno pochissima influenza. E’ un doppio legame: da una parte devono prendere delle decisioni che forse, se messe in pratica, accontenteranno i cittadini, dall’altra però devono rimanere in un’attesa nervosa fino alla riapertura delle borse, e solo allora sapranno se è nelle loro possibilità o meno fare quello che hanno promesso.
Pertanto, è molto improbabile che le istituzioni politiche attuali, così come sono ora, a meno che non vengano profondamente riformate, facciano ciò che hanno affermato di poter fare. Dal momento che c’è stato un deficit nel potere degli Stati Nazione per un lungo periodo di tempo, questi hanno dovuto rinunciare ad un certo numero di funzioni, che si pensava diffusamente fosse loro compito assolvere. Alcune di queste funzioni che 50 e 60 anni fa erano considerate un diritto e un obbligo dello Stato Nazione, sono state trasferite ai mercati che sono dichiaratamente istituzioni non politiche, non vengono elette da elettori e non devono seguire i desideri dell’elettorato.
L’altra funzione che è stata sottratta a quella che Anthony Giddens chiamò “la dimensione della politica della vita”, che è un’area in cui tutti quanti si aspettano che siano il proprio Parlamento, il proprio Governo, e la propria Corte Suprema, è il cercare soluzioni individuali ai problemi creati globalmente. Oggi, queste politiche individuali soffrono chiaramente di insufficienza di potere. Non hanno risorse, non hanno attualmente capacità adeguate ad affrontare questioni che hanno alle loro spalle forze globali. Pertanto, considerate queste due parti, questi due spazi in cui presumibilmente la politica contemporanea cerca di sviluppare progetti politici, la salvezza è molto lontana da venire.
Ma cosa c’è in mezzo? Da una parte, c’è la situazione politica stabilitasi e dall’altra la sfera della politica della vita. Il problema è che quest’area di mezzo viene progressivamente lasciata libera. La crisi dell’autorità è raddoppiata, non per casualità ma per necessità, a causa dell’erosione dell’area di mezzo. Tra le altre cose oggi ci troviamo ad affrontare la crisi della classe media. La crisi di oggi colpisce la classe media molto più che le altre fasce della società. Una recente idea, che penso sia molto geniale, è che il problema che ci troviamo oggi ad affrontare nella nostra parte del globo, non sia tanto quello del vecchio proletariato quanto quello del precariato. L’idea proviene dal termine francese precaritè, cioè incertezza, impotenza, l’incapacità di seguire stabilmente una rotta, la mancanza di consapevolezza di ciò che il futuro porterà e l’umiliante sensazione generata dalla mancanza di un controllo sulla propria vita. Se ti senti ignorante, impotente allora è molto facile che sopraggiunga l’umiliazione come del sale spruzzato su una ferita già aperta. Un’ampia e crescente classe media, come viene chiamata, si unisce al vecchio proletariato, a quella parte della popolazione afflitta da un’incertezza molto profonda.
Questo è il contenuto del nostro arsenale delle forze che sono disponibili in questo momento. Questo è drastico, drammatico, tragico, minaccioso perché al momento ci sono almeno due fenomeni che si stanno sviluppando, che stanno terribilmente minacciando il futuro dell’umanità. Mi limiterò a nominarli. Il primo è una nuova forma di disuguaglianza che sta crescendo in tutto il mondo. Nuova forma perché la piramide che ci ha accompagnato per molti secoli è sempre più fina in punta. E’ una situazione in cui i 40 individui più ricchi al mondo posseggono insieme una fortuna che è pari ai beni dell’intera Francia, che è la quinta potenza economica mondiale. La distanza che c’è tra la punta della piramide e la sua base sta irrefrenabilmente crescendo.
Farò solo un esempio: nel 1960, non molto tempo fa, prima che la grande ondata del neoliberismo prendesse piede, il direttore generale di una grande compagnia americana guadagnava 12 volte di più dello stipendio medio di un operaio. Nel 1974 guadagnava 35 volte di più. Nel 1980 42 volte di più. Tre anni dopo il suo reddito era già di 84 volte maggiore. Negli anni ’90 secondo il Business Week il valore era di 135 volte maggiore e nel 1999 aveva raggiunto le 400 volte. Nel 2000 saltò a 531 volte superiore allo stipendio medio di un lavoratore della classe media. E’ così che si sviluppò, e da lì, dal 2007, le cose peggiorarono ulteriormente. Secondo statistiche successive, in America la crescita del valore del prodotto nazionale, dopo il collasso dei crediti e dopo la crisi  del 2007, era per il 91% nelle mani dell’1% dei più ricchi. Il restante 99% della popolazione americana doveva dividersi il rimanente 9% del reddito. Questa è la situazione per quanto concerne la disuguaglianza.
Un’altra questione molto importante, con cui ci si deve confrontare e di cui Greenaccord è giustamente molto preoccupata, non è solo la questione della modernità che sta vivendo i suoi limiti, ma anche quella che vede il pianeta raggiungere i suoi limiti. Ci sono due parole che mi vengono in mente: resilienza e sostenibilità. La prima fa riferimento alla capacità delle parti del pianeta di ricostituirsi, di ricrearsi attraverso processi naturali dopo essere state sfruttate. La seconda fa riferimento ad una grande questione: il pianeta è in grado di sopravvivere al nostro stile di vita? Circa il nostro stile di vita oggi, quello che accade è che stiamo consumando un pianeta e mezzo, che in poche parole significa che stiamo consumando il 50% in più di quanto la natura del nostro pianeta possa sostenere. Secondo alcuni scenari demografici, la popolazione mondiale raggiungerà entro la metà di questo secolo i 9 miliardi. Se ciò avvenisse avremmo bisogno di 5 pianeti per poter mantenere l’attuale stile di vita basato sull’aumento del consumo come unico modo per raggiungere la felicità e come unico modo per liberarci dei conflitti sociali e politici.
Bene, su questi punti dobbiamo interrogarci. Vi ho detto che non ho molto da aggiungere a quanto già conosce Greenaccord, che probabilmente concorderà con me che non conosciamo abbastanza di quanto dovremmo e avremmo bisogno di conoscere. Parlando del futuro dell’umanità, ci sono due domande che bisogna porre: se l’umanità, l’umanesimo, ha o meno un futuro, e se il futuro avrà o meno un umanesimo, una umanità.
Per poter rispondere a queste domande vorrei citare il più grande sociologo vivente, Richard Sennet, che recentemente ha proposto una formula per un nuovo umanesimo, e che, se parliamo di nuovo umanesimo, dobbiamo richiamare. Partendo dal fatto che viviamo in un pianeta disorganizzato e che è anche sottoposto ad un rapido e molto diffuso processo di diaspora, e che vivere queste differenze è diventato il nostro pane quotidiano, non più inusuale, transitorio, temporaneamente irritante, bensì un normale modo di vivere, quale forma deve prendere un nuovo umanesimo? Non aspettiamoci miracoli, ma la sola cosa che Richard Sennet può offrire è una strategia e non una “road map”, che è il termine che va di moda oggi per schematizzare passo per passo come raggiungere l’obiettivo. Lui non offre una “road map” bensì una strategia e, a proposito, nessuna “road map” proposta dalla politica ha mai portato qualcuno da qualche parte.
Come affrontare un dialogo che è, senza esitazione, la condizione necessaria per trovare una soluzione? Senza il dialogo non possiamo fare nulla. La sola salvezza è il dialogo. Ma come condurre il dialogo? Il dialogo deve essere aperto e informale. Cosa significa informale? Significa che non ha alcun codice di regole preparato prima. Si deve lasciare che le regole della nostra mutua cooperazione e interazione vengano create e stabilite nel corso stesso dell’interazione. Che significa aperto? Significa che tutti noi possiamo entrare in questo dialogo attraverso due strade nello stesso tempo, insegnando e imparando. Non crediamo, come molti di noi pensano durante i seminari universitari, che lo scopo della discussione sia provare che io ho ragione e tu hai torto. No, dobbiamo essere preparati alla possibilità che il dialogo porti ad esporre, svelare e dimostrare che noi siamo nel torto e che qualcun altro abbia trovato soluzioni migliori che credevamo di avere noi. Infine, sarebbe meglio sostituire la parola dialogo con la parola cooperazione, perché a differenza del termine “dialogo” ed in particolare “dialoghi”, che sono utilizzati nelle conferenze, esse non sono dei giochi a somma zero; i termini “interazione” e in particolare “cooperazione” costituiscono un gioco in cui non ci sono né vincitori né vinti. Dalla cooperazione ciascuno viene fuori arricchito dall’esperienza che ogni partecipante porta nel dialogo. Questa è il modo di procedere, e ciò che rimane è sperare che procedendo per questa strada si giunga alla soluzione di questi processi negativi che altrimenti non possiamo sperare di impedire che accadano.

Verso un nuovo umanesimodi Zygmunt BaumanIl primo problema che ci si pone dinanzi è verificare se c’è ancora un po’ di umanità in giro. Cercherò di motivare e spiegare la mia opinione su questo tema. Questo è l’argomento più importante del nostro tempo poiché indica che la situazione in cui ci troviamo ora può essere brevemente descritta come la modernità che è giunta davvero a confrontarsi con i propri limiti. Questa è un’affermazione drammatica se ci pensate perché abbiamo vissuto all’ombra della vita moderna, di visioni e mentalità moderne, consuetudini moderne, negli ultimi 400 o 500 anni. È un tempo molto lungo che ci fa considerare la vita moderna non solo come la normalità ma anche come l’unica pensabile e rende difficile per l’umanità  adattarsi e assumere scelte coerenti con il verdetto della natura.Oggi siamo divisi tra ottimisti e pessimisti ma la differenza tra i due è superficiale e non troppo netta, perché gli ottimisti pensano che questo mondo in cui viviamo ora sia il migliore possibile mentre i pessimisti sospettano che gli ottimisti possano avere ragione. Entrambi concordano su una cosa: sul fatto che c’è molto poca speranza. La speranza è in crisi.Cosa significa modernità? La modernità è la combinazione di tre elementi. Il primo è la fiducia riposta nel fatto che  la scienza e la tecnologia siano destinate a risolvere tutti i problemi con cui ci confrontiamo e a condurci verso un modo di convivenza umana perfetto, una società perfetta. Come ha evidenziato Leon Battista Alberti, la perfezione è uno stato in cui ogni ulteriore cambiamento può essere solo un peggioramento del mondo, ciò significa che è un momento in cui ci fermiamo poiché tutti i nostri bisogni sono soddisfatti, siamo felici e non c’è necessità di cercare ulteriori cambiamenti. Lo sforzo di modernizzazione è limitato nel tempo. C’è molto sudore, a volte anche del sangue che si è dovuto versare, ma alla fine tutto andrà a buon fine.Questo modo moderno di concepire la vita ebbe inizio nel XVI/XVII secolo ed è giunto ad una consapevolezza di sé nel XVIII secolo, particolarmente dopo il disastro di Lisbona. Nel 1755 Lisbona venne distrutta da un triplo disastro: innanzitutto un terremoto, poi un incendio che distrusse tutto ciò che era rimasto dopo il terremoto, infine qualcosa che oggi chiameremmo uno tsunami, le onde marine che coprirono tutto ciò che era rimasto. Lisbona al tempo era uno dei più importanti centri di scambio commerciale, politico e culturale dell’Europa, e il disastro fu preso molto seriamente da tutti i più autorevoli personaggi del tempo. Ci fu una lunga discussione che durò per molto tempo tra Rousseau e Voltaire su quali conclusioni trarre dall’evento. La conclusione fu che non si può confidare nella natura ma bisogna conquistarla, vincerla, fare meglio di lei perché essa è cieca e indifferente verso i bisogni umani. Per dirla in breve, il mondo dovrebbe essere portato al “humanagement” (human management), cioè noi faremo con la ragione ciò che né la storia né la natura pianificano di ottenere.Nel XIX secolo, lo stile di vita moderno ha acquisito questo tipo di fiducia in se stesso o, se volete, un’arroganza che ha permesso di diffondere il suo vangelo al resto del pianeta. Il XX secolo ha portato alla globalizzazione dello stile di vita moderno. Il XXI è il secolo in cui dobbiamo fare i conti con le conseguenze di questo  sviluppo.Come ho detto, la modernità si basa su tre elementi. Il primo è la fiducia messa nell’eccezionale e miracolosa capacità della scienza e della tecnologia, la sua crescente ed intrinseca natura progressiva. Il secondo elemento è credere nell’entità che può fare qualsiasi cosa, lo Stato, che ha il monopolio della legittima coercizione, lo Stato Nazione che combina in sé potere, che è la possibilità di fare le cose, e politica che è la possibilità di decidere quali cose debbano essere realizzate e quali si debbano rifiutare.Il terzo elemento è l’economia capitalistica globale: uno scambio commerciale di merci il più possibile globale e sregolato e uno scambio di conoscenza e informazione.Questi tre elementi che si combinano insieme nello stile di vita moderno, sono oggi fortemente messi in discussione. Oggi non funzionano più molto bene, non riescono più a realizzare le promesse fatte e soprattutto ciò che viene messo in dubbio è che in essi veramente si trovi la strada per la salvezza.Stiamo affrontando due questioni che si combinano nell’atmosfera dell’ “inter-regnum”. Ho preso in prestito questo termine dal grande filosofo italiano Antonio Gramsci che a sua volta lo riprende da Tito Livio che ha scritto “Ab Urbe Condita”, la prima leggendaria storia di Roma. Secondo lui il primo momento in cui si è manifestato l’interregno fu dopo la morte del primo leggendario re di Roma, Romolo. Romolo ha governato su Roma per 37 anni e 37 anni era la durata media della vita dei romani del tempo, il che significa che quando morì Romolo c’erano pochissime persone che potessero immaginare un mondo senza Romolo. In quel momento ci fu lo shock dell’interregno. Improvvisamente la vecchia autorevole fonte di saggezza, istruzione, comando che era Romolo, scomparve e non c’era più alcuna persona altrettanto importante e degna di fiducia come lui.Antonio Gramsci ha dato al termine “inter-regnum” il nuovo significato moderno, per il quale esso non è più l’interruzione tra la vecchia volontà che non c’è più e una nuova che non è ancora emersa. Le vecchie abitudini, le consuetudini che eravamo soliti applicare con buoni effetti non funzionano più, mentre i nuovi stili di vita che possono essere più efficienti sono ancora nella fase di progettazione, nella tavolozza, sotto sperimentazione, e non si sa ancora quali siano affidabili e quali debbano essere selezionati. Questo è la situazione di interregno, e ci troviamo in questo stato quando la modernità si confronta con i propri limiti. Possiamo porre la questione anche in un’altra maniera. In questo momento stiamo attraversando una crisi di autorità. La grande domanda non è più quella di quando ero giovane, ossia: Cosa deve essere fatto? Questa è una domanda molto complicata ma è diventata ingenuamente facile se paragonata con la seconda domanda che non è mai stata posta quando ero giovane, perché tutti erano convinti di avere già una risposta. La seconda domanda è: chi lo farà?Come vi ho detto precedentemente, qualunque fosse la vostra opinione politica, che foste di destra o di sinistra, a metà del secolo scorso la cosa non sarebbe stata in discussione; se sapevamo cosa fare e potevamo spingerlo avanti in qualche maniera, allora non c’era alcun dubbio su chi dovesse farlo: era lo Stato Nazione. Nelle sue mani avevamo riposto tutto ciò che era necessario per agire: il potere e la politica.Ciò che accadde nella seconda parte del XX secolo, e continua ad accadere ancora oggi, è l’evaporazione del potere dello Stato Nazione che è stato collocato in una terra di nessuno, in una sorta di selvaggio west, di cyberspazio, che Manuel Castells chiama “lo spazio dei flussi”.  Questo va al di là delle capacità di ogni esistente entità politica e autorità. Ci sono dei poteri che decidono con quale tipo di vita dobbiamo confrontarci, ma che sono emancipati dagli strumenti di controllo politico che i nostri padri, tra il XIX e il XX secolo, hanno creato nella forma di sistemi politici democratici, rappresentazione della volontà popolare, monopolio dei mezzi di legittima coercizione.D’altronde, abbiamo istituzioni politiche tradizionali che abbiamo ereditato dai vecchi sistemi, abbiamo lo Stato Nazione, abbiamo il Parlamento, le Corti Supreme, che sono tutti confinati territorialmente, che significa che essi possono farsi più o meno carico, o almeno tentare di farlo, del territorio che è circondato dai confini di un dato Stato Nazione, mentre i problemi che si trova ad affrontare non sono territoriali bensì extra-territoriali. Essi sono nelle mani di poteri che sanno di ignorare, di minimizzare, di non tener conto delle tradizioni locali, delle preferenze locali, dei valori locali, ecc. Quindi da una parte vi è l’emancipazione del potere dal controllo politico, dall’altra vi è una politica che soffre per la costante mancanza di potere. Per questo la domanda “chi lo farà?” ha una risposta molto difficile.Dov’è l’autorità capace di portare il cambiamento? Vorrei citare John Maxwell Coetzee, un grande filosofo e un eccellente scrittore sud africano, così come anche un infaticabile osservatore delle scene mondiali. Concordo perfettamente con lui, e spero che concorderete anche voi, quando dice: “che il nostro mondo debba essere diviso tra entità economiche competitive perché questo è quanto la sua natura richiede, è inverosimile. Economisti competitivi esistono perché noi abbiamo deciso di dargli forma. La competizione è un sostituto sublimato della guerra. La guerra non è in nessun modo inevitabile. Se volete la guerra, possiamo scegliere la guerra, ma se volete la pace possiamo allora ugualmente scegliere la pace. Se desideriamo la rivalità possiamo scegliere la rivalità, ma possiamo anche scegliere un’amichevole cooperazione”.Fino a che punto questo dilemma è nelle nostre mani? Ancora una domanda: chi metterà la carne su queste ossa? Questa è una domanda importante perché il divorzio di cui siamo testimoni tra potere e politica ha le sue conseguenze. Lo Stato Nazione è semplicemente incapace di ergersi al livello dei problemi con cui si confronta. Recentemente ho avuto un incubo: ero stato chiamato a far parte del Governo. Perché era un incubo essere Ministro di un governo? Perché i governi contemporanei sono sottoposti ad un doppio legame. Da un lato sono pressati perché devono venire rieletti, pertanto devono ascoltare ciò che la Nazione vuole e li obbliga a promettere e far di tutto per mantenere le promesse fatte. Tuttavia, la gamma delle opzioni di scelta che hanno dipende dalle decisioni di forze esterne sulle quali loro hanno pochissima influenza. E’ un doppio legame: da una parte devono prendere delle decisioni che forse, se messe in pratica, accontenteranno i cittadini, dall’altra però devono rimanere in un’attesa nervosa fino alla riapertura delle borse, e solo allora sapranno se è nelle loro possibilità o meno fare quello che hanno promesso.Pertanto, è molto improbabile che le istituzioni politiche attuali, così come sono ora, a meno che non vengano profondamente riformate, facciano ciò che hanno affermato di poter fare. Dal momento che c’è stato un deficit nel potere degli Stati Nazione per un lungo periodo di tempo, questi hanno dovuto rinunciare ad un certo numero di funzioni, che si pensava diffusamente fosse loro compito assolvere. Alcune di queste funzioni che 50 e 60 anni fa erano considerate un diritto e un obbligo dello Stato Nazione, sono state trasferite ai mercati che sono dichiaratamente istituzioni non politiche, non vengono elette da elettori e non devono seguire i desideri dell’elettorato.L’altra funzione che è stata sottratta a quella che Anthony Giddens chiamò “la dimensione della politica della vita”, che è un’area in cui tutti quanti si aspettano che siano il proprio Parlamento, il proprio Governo, e la propria Corte Suprema, è il cercare soluzioni individuali ai problemi creati globalmente. Oggi, queste politiche individuali soffrono chiaramente di insufficienza di potere. Non hanno risorse, non hanno attualmente capacità adeguate ad affrontare questioni che hanno alle loro spalle forze globali. Pertanto, considerate queste due parti, questi due spazi in cui presumibilmente la politica contemporanea cerca di sviluppare progetti politici, la salvezza è molto lontana da venire. Ma cosa c’è in mezzo? Da una parte, c’è la situazione politica stabilitasi e dall’altra la sfera della politica della vita. Il problema è che quest’area di mezzo viene progressivamente lasciata libera. La crisi dell’autorità è raddoppiata, non per casualità ma per necessità, a causa dell’erosione dell’area di mezzo. Tra le altre cose oggi ci troviamo ad affrontare la crisi della classe media. La crisi di oggi colpisce la classe media molto più che le altre fasce della società. Una recente idea, che penso sia molto geniale, è che il problema che ci troviamo oggi ad affrontare nella nostra parte del globo, non sia tanto quello del vecchio proletariato quanto quello del precariato. L’idea proviene dal termine francese precaritè, cioè incertezza, impotenza, l’incapacità di seguire stabilmente una rotta, la mancanza di consapevolezza di ciò che il futuro porterà e l’umiliante sensazione generata dalla mancanza di un controllo sulla propria vita. Se ti senti ignorante, impotente allora è molto facile che sopraggiunga l’umiliazione come del sale spruzzato su una ferita già aperta. Un’ampia e crescente classe media, come viene chiamata, si unisce al vecchio proletariato, a quella parte della popolazione afflitta da un’incertezza molto profonda.Questo è il contenuto del nostro arsenale delle forze che sono disponibili in questo momento. Questo è drastico, drammatico, tragico, minaccioso perché al momento ci sono almeno due fenomeni che si stanno sviluppando, che stanno terribilmente minacciando il futuro dell’umanità. Mi limiterò a nominarli. Il primo è una nuova forma di disuguaglianza che sta crescendo in tutto il mondo. Nuova forma perché la piramide che ci ha accompagnato per molti secoli è sempre più fina in punta. E’ una situazione in cui i 40 individui più ricchi al mondo posseggono insieme una fortuna che è pari ai beni dell’intera Francia, che è la quinta potenza economica mondiale. La distanza che c’è tra la punta della piramide e la sua base sta irrefrenabilmente crescendo.Farò solo un esempio: nel 1960, non molto tempo fa, prima che la grande ondata del neoliberismo prendesse piede, il direttore generale di una grande compagnia americana guadagnava 12 volte di più dello stipendio medio di un operaio. Nel 1974 guadagnava 35 volte di più. Nel 1980 42 volte di più. Tre anni dopo il suo reddito era già di 84 volte maggiore. Negli anni ’90 secondo il Business Week il valore era di 135 volte maggiore e nel 1999 aveva raggiunto le 400 volte. Nel 2000 saltò a 531 volte superiore allo stipendio medio di un lavoratore della classe media. E’ così che si sviluppò, e da lì, dal 2007, le cose peggiorarono ulteriormente. Secondo statistiche successive, in America la crescita del valore del prodotto nazionale, dopo il collasso dei crediti e dopo la crisi  del 2007, era per il 91% nelle mani dell’1% dei più ricchi. Il restante 99% della popolazione americana doveva dividersi il rimanente 9% del reddito. Questa è la situazione per quanto concerne la disuguaglianza. Un’altra questione molto importante, con cui ci si deve confrontare e di cui Greenaccord è giustamente molto preoccupata, non è solo la questione della modernità che sta vivendo i suoi limiti, ma anche quella che vede il pianeta raggiungere i suoi limiti. Ci sono due parole che mi vengono in mente: resilienza e sostenibilità. La prima fa riferimento alla capacità delle parti del pianeta di ricostituirsi, di ricrearsi attraverso processi naturali dopo essere state sfruttate. La seconda fa riferimento ad una grande questione: il pianeta è in grado di sopravvivere al nostro stile di vita? Circa il nostro stile di vita oggi, quello che accade è che stiamo consumando un pianeta e mezzo, che in poche parole significa che stiamo consumando il 50% in più di quanto la natura del nostro pianeta possa sostenere. Secondo alcuni scenari demografici, la popolazione mondiale raggiungerà entro la metà di questo secolo i 9 miliardi. Se ciò avvenisse avremmo bisogno di 5 pianeti per poter mantenere l’attuale stile di vita basato sull’aumento del consumo come unico modo per raggiungere la felicità e come unico modo per liberarci dei conflitti sociali e politici.Bene, su questi punti dobbiamo interrogarci. Vi ho detto che non ho molto da aggiungere a quanto già conosce Greenaccord, che probabilmente concorderà con me che non conosciamo abbastanza di quanto dovremmo e avremmo bisogno di conoscere. Parlando del futuro dell’umanità, ci sono due domande che bisogna porre: se l’umanità, l’umanesimo, ha o meno un futuro, e se il futuro avrà o meno un umanesimo, una umanità.Per poter rispondere a queste domande vorrei citare il più grande sociologo vivente, Richard Sennet, che recentemente ha proposto una formula per un nuovo umanesimo, e che, se parliamo di nuovo umanesimo, dobbiamo richiamare. Partendo dal fatto che viviamo in un pianeta disorganizzato e che è anche sottoposto ad un rapido e molto diffuso processo di diaspora, e che vivere queste differenze è diventato il nostro pane quotidiano, non più inusuale, transitorio, temporaneamente irritante, bensì un normale modo di vivere, quale forma deve prendere un nuovo umanesimo? Non aspettiamoci miracoli, ma la sola cosa che Richard Sennet può offrire è una strategia e non una “road map”, che è il termine che va di moda oggi per schematizzare passo per passo come raggiungere l’obiettivo. Lui non offre una “road map” bensì una strategia e, a proposito, nessuna “road map” proposta dalla politica ha mai portato qualcuno da qualche parte. Come affrontare un dialogo che è, senza esitazione, la condizione necessaria per trovare una soluzione? Senza il dialogo non possiamo fare nulla. La sola salvezza è il dialogo. Ma come condurre il dialogo? Il dialogo deve essere aperto e informale. Cosa significa informale? Significa che non ha alcun codice di regole preparato prima. Si deve lasciare che le regole della nostra mutua cooperazione e interazione vengano create e stabilite nel corso stesso dell’interazione. Che significa aperto? Significa che tutti noi possiamo entrare in questo dialogo attraverso due strade nello stesso tempo, insegnando e imparando. Non crediamo, come molti di noi pensano durante i seminari universitari, che lo scopo della discussione sia provare che io ho ragione e tu hai torto. No, dobbiamo essere preparati alla possibilità che il dialogo porti ad esporre, svelare e dimostrare che noi siamo nel torto e che qualcun altro abbia trovato soluzioni migliori che credevamo di avere noi. Infine, sarebbe meglio sostituire la parola dialogo con la parola cooperazione, perché a differenza del termine “dialogo” ed in particolare “dialoghi”, che sono utilizzati nelle conferenze, esse non sono dei giochi a somma zero; i termini “interazione” e in particolare “cooperazione” costituiscono un gioco in cui non ci sono né vincitori né vinti. Dalla cooperazione ciascuno viene fuori arricchito dall’esperienza che ogni partecipante porta nel dialogo. Questa è il modo di procedere, e ciò che rimane è sperare che procedendo per questa strada si giunga alla soluzione di questi processi negativi che altrimenti non possiamo sperare di impedire che accadano.

DOMANDE:

1) Dal momento che secondo me l’evento di ieri ha scombussolato un po tutti  e visto che nei giornali si discute oggi di un gesto di coraggio o un gesto di debolezza di una istituzione importante che deve guidare una società in difficoltà, volevo sapere come lo interpretava Bauman questo gesto se veramente è un gesto di un leader che capisce che è ora di cambiare o è l’assenza di un leader che capisce che la società è molto complessa.

Bauman: Non sono in grado ovviamente di entrare nella testa e nel cuore di Benedetto XVI, posso solo arrischiarmi a pensare all’impatto che la sua decisione avrà sulla gente. Guardare alla questione di Dio e dell’uomo, la relazione virtuale e come essa si riflette nella realtà fattuale.

Posso solo ripetere quello che ho detto poco fa ad un giornalista di Avvenire che mi ha fatto proprio la stessa domanda.

Penso che quanto ha fatto Benedetto XVI abbia portato il papato ad un livello umano confessando publicamente che un uomo, anche investito del ruolo di una sorta di apostolo o messaggero plenipotenziario di Dio, incontra limiti alla sua capacità. È la prima volta, o almeno negli ultimi 700 anni, che accade che un un uomo nel ruolo di erede di San Pietro e guida della grande, enorme, largamente estesa chiesa di fedeli, presenti la questione circa l’uomo in questo ruolo e il ruolo stesso: sono identici o sono due cose diverse?

Ci sono state una grande onestà e un gran coraggio nel dire: mi sono state affidate le più sacre funzioni immaginabili ma sono ancora un uomo e sebbene stia cercando di svolgere il ruolo al massimo della mia capacità, la mia capacità è umana che vuol dire una capacità limitata.

Credo che Benedetto XVI sia arrivato alla conclusione che tale affermazione, che viene  dimenticata e che ha cambiato per sempre la situazione, dovesse essere fatta.

Ho notato delle influenze dovute ai molti anni che Benedetto XVI passò in compagnia di Giovanni Paolo II, nel confrontarsi con il conflitto tra due cose: il ruolo che Giovanni Paolo II (come lo stesso Benedetto XVI) era chiamato a svolgere e la sua capacità di uomo che soffre, malato, debole, capace di fare tanto ma non più di quello e penso che guardando alla tragica performance, Benedetto XVI sia arrivato a questa conclusione e ha deciso di non ripetere l’esercizio ma tirarne le conclusioni.

2) Rimanendo sul tema di questa domanda lei professore ha parlato di una crisi speranza e alla fine ha proposto il dialogo paritario come possibile via di soluzione step by step(problema per problema), non le sembra che questo evento che oggi riempie le prime pagine di tutti i giornali del mondo rappresenti in un certo senso una resa rispetto a questa strategia?

Ho parlato di crisi di speranza ma non bisogna estrapolarlo dal contesto dal momento che io credo che la speranza morirà insieme con l’umanità e che essere uomo significhi avere speranza.

Il Prof. Masullo ha parlato della differenza tra vita animale e vita umana. Bene, la vera differenza tra animali e esseri umani, spero che siate d’accordo, è che gli animali non sanno di essere mortali e che la loro presenza al mondo è temporanea. Sanno quando stanno per morire, lo sanno meglio di noi, possiedono l’istinto ma a differenza di noi umani non sentono già dalla culla “un giorno morirai, tutti sono mortali”. Il sillogismo tutti sono mortali, ogni essere umano è mortale, Socrate è umano dunque anche Socrate è mortale. Se devi vivere con l’idea che sei mortale questa dunque è una conoscenza che ha bisogno di inventare cultura. Penso che il fatto che l’umanità abbia inventato la cultura è il prodotto della consapevolezza che sia mortale e dunque, come dice Bles Pasqual, essa confrontà l’infinità del cosmo, il cielo pieno di stelle con la brevità del suo stare qui e così sorge un problema.

Penso che tutte le culture, tutte quelle che conosco e di cui ho avuto esperienza diretta e quelle di cui ho letto nelle relazioni antropologiche e storiche, tutte stavano cercando di trovare una risposta a questa grande questione tra temporarità ed eternità, tra vita mortale e permanenza della durata eterna.

Non volevo dire che c’è una crisi della speranza, Mi sono espresso così dunque ora mi correggo. La speranza è disancorata, non c’è un porto sicuro dove gettare l’ancora. È a causa delle cose di cui ho parlato, la crisi di agenzia, la nostra mancanza di conoscenza che fa in modo che la speranza sia disancorata ma c’è anche un’altra causa.

Penso che la modernità solida che ci siamo lasciati dietro, aveva terribili crimini nel suo passato che possono a malapena essere perdonati o ignorati ma ha anche creato una fonte di scenari (sto abbandonando la filosofia per andare alla sociologia), scenari  in cui la gente vive quotidianamente,  nella vita casalinga, in quella familiare, nel posto di lavoro, nelle strade, in compagnia di sconosciuti, in compagnia di vicini. Questa fonte di scenari della modernità solida è stata, qualsiasi altra cosa bbia fatto, anche un enorme fattore di solidarietà, di comunanza, di gente consapevole che  possono trarre vantaggio qunado uniscono le forze, qunado si aggregano, quando marciano fianco a fianco e che c’è da guadagnare qunado si uniscono le forze.

Lei (prof. Masullo) ha parlato della differenza tra italiani e nord europei. Mi piacerebbe aggiungere ancora una cosa. Il fenomeno che ho descritto nei miei lavori recenti e cioè lo sgretolarsi delle ossa umane, l’indebolimento di esse, questo fenomeno in Italia è molto meno avanzato che in Nord Europa. Questa è una vostra grande fortuna perchè in caso di una terribile crisi economica, una massiccia disoccupazione, ecc.., penso che gli italiani abbiano una seconda linea di trincea che in nord Europa sta più o meno scomparendo. Cè (in Italia) una grande famiglia, un insieme familiare caloroso: quando un membro dell famiglia ha successo questo è condiviso da tutta la famiglia, qunado un membro subisce una sconfitta, allora la sventura è condivisa dal resto della famiglia. Questo è il tipo di vita comunitario o quello che Ivan Linch chiama convivialità.

Questo processo di dissipazione dello sgretolarsi delle ossa umane è andato molto oltre e parte le aree del Mediterraneo dove è ancora molto forte, è relativamente forte in Paesi come la Spagna o l’Italia. Generalmente si era soliti difendersi contro di esso, ma al momento, non sono un profeta quindi non so cosa accadrà dopo, in linea di massima la tendenza oggi è quella di trasformare il fattore sociale di solidarietà nel fattore sociale di sospetto reciproco, in competizione. C’è una parola intraducibile in inglese che è one up manship che significa che tutte le strategie e la saggezza di vita è l’essere in vantaggio rispetto al tuo compagno in Pirelli, o alla Fiat. Quando si arriva al  giro di riduzioni o esuberi è meglio se sia lui ad andare via e non io. Proprio per questa ragione siamo tutti sotto la stessa minaccia, sarebbe più saggio se mi curo solo dei miei interessi e non mi preoccupo di quello che accade a lui.

Il Prof. Alberti ha parlato molto e in maniera giusta della crisi della moralità, moralità come responsabilità per l’altro, questa è la mia definizione di moralità, lo presa da Emmanuel Lèvinas, l’essere morali è il vivere per l’altro non solo con l’altro. Lo scenario sociale presente in cui ci caliamo, consciamente o inconsciamente ma senza dubbio siamo responsabili di questo, non è accogliente per questa sorta di comportamento. Al contrario, ci sussura all’orecchio, a chiunque voglia ascoltarlo, che è imprudente, irragionevole sacrificre i propri interessi per gli altri e che non c’è niente i guadagnato nell’unire le forze.

Ricorda molto- i più anziani, molto pochi, tra di voi possono ricordare- il periodo del panico della guerra nucleare. Allora la gente consigliava di comprarsi rifugi familiari per sfuggire le bombe. Questo è esattamente lo steso tipo di pensiero che ci è offerto per uscire dai problemi che ci angustiano. Questo è il problema con la speranza. La speranza sta cercando un posto dove potersi ancorare e questo deve essere un posto proprio ospitabile alla solidarietà umana.

Prof. Masullo, lei ha detto che le persone innanzitutto hanno bisogno della volontà di dialogo, certamente è così ma esse hanno volontà di dialogare quando questo ha un senso per loro, qunado c’è una situazione che promuove e non nega il valore della solidarietà umana. Questo era il mio punto.

Quindi per favore non mi attribuite di aver negato la speranza, non penso di averlo mai fatto. Penso che è l’idea di ottimismo e pessimismo ad essere sbagliata, perchè tale divisione dell’umanità è incomprensiva, insufficente.

C’è una terza categoria a parte quella dei pessimisti e gli ottimisti che è quella degli uomini con la speranza e spero tanto che questa categoria sia indistruttibile qualsiasi  cosa possano portare la conferma o la negazione del pessimista o le prospettive pessimistiche.

3)In un’intervista lei ha affermato che siamo abiutati erroneamente a considerare sinonimi felicità e crescita economica, l’abbiamo detto anche oggi, in quali termini positivi possiamo seocndo lei ridefinire il concetto di felicità, quale sceglierebbe oggi come sinonimo di felicità?

Questa domanda necessiterebbe di una lunga risposta che per mancanza di tempo cercherò di rispondere brevemente.

Particolarmente negli ultimi 50 o 60 anni c’era una costante idea molto intensa ed emozionante che la felicità si trovava nello shopping.  Per qualsiasi problema tu abbia, qualsiasi gentilezza tu voglia fare per le persone che ami la soluzione ti attende nei negozi. Qualsiasi cosa i negozi vendano, non importa cosa ci sia sugli scaffali, sono serviti da farmacisti che vendevano le medicine per ogni tipo di problema, perosonale, problema nel pensare cosa era accaduto ad altri, e il nomtale perseguimento umano dell’umana felicità.

I mercati di consumo, contrariamente all’opinione che essi vorrebbero che tu avessi, cioè che soddisfano i bisogni umani, al contrario esi sono impegnati nel creare desideri, nel sostituire il comprare per desiderio al comprare per necessità. Ciò significa che i mercati di consumo hanno bisogno di una costante crescita di scorte, è un’ istituzione di per sé sprecona. Non potrebbe sopravivere se non producendo sempre più nuovi prodotti e sfruttando l’occasione di tentare, sedurre e creare una domanda fine a se stessa. Non desideri più le cose prima che ti vengano offerte, l’offerta ha la priorità sulla domanda.

Questo è il motivo per cui stimao consumando un pianeta e mezzo, e per questo c’è la possibilità che consumiamo 5 pianeti, se ci sono 5 pianeti li fuori nella metà del 21 secolo.

Questo collega la questione del nostro modo di vivere, ricercare la felicità attraverso il consumo, con l’idea di sostenibilità del pianeta.  Un elemento che non ho menzionato ma che è cruciale perchè collega le due cose, è che negli ultimi 50/60 anni  da quando abbiamo acquisito le ablità di sofisticati e raffinati consumatori, abbiamo dimenticato, allo stesso  tempo, altre fonti di felicità, molto semplici ed economiche ma al contrario creative per il pianeta, come ad esempio, quelle che Weber all’inizio del 20° secolo descrive come “l’istinto del mestiere”, il piacere che si prova gurdando il lavoro ben svolto: l’ho fatto io, io sono stato in grado di farlo. O anche migliorare il lavoro fatto tempo prima o la gioia che si può leggere negli occhi di un amico o una persona che ami in risposta a ciò che si è fatto per loro

e la gioia di avere vicini amichevoli su cui si può contare e che, come te, sanno che si è reciprocamente affidabili, che non sono soli e abbandonati. Tutte queste sono semplici gioie della vita: fare cose da se, slow food invece di fast food, godere della compagnia, dello stare insieme. Ci sono enormi volumi di felicità possibile che sono lì ma noi abbiamo dimenticato le abilità necessarie.

Immagino che voi tutti siate padri eccellenti, amabili mariti e che vogliate essere bravi per loro. Volete manifestare il vostro amore ma state costruendo una carriera in una compagnia che è già destinata alla distruzione, alla fusione ostile, e questo potrebbe accadere in ogni momento e portare l’esubero.  Se questo accade potreste perdere il lavoro così dovete provare di essere migliori del vostro collega e lavorare per più ore. Il confine tra il vostro tempo privato e quello lavorativo è sato completamente cancellato perchè tutti hanno un telefonino il che significa che potreste ricevere una chimata dal vostro capo in qualsiasi momento, che siate in vacanze o per andare a letto, non importa, siete sempre in servizio. Se vi chiama Sabato e vuole una relazione per Lunedì poi quanto promesso ai vostri bambini, di portarli allo zoo, ovviamente non accade e vi sentite colpevoli, moralmente colpevoli. Avete coscienze colpevoli, avete rotto gli obblighi morali verso i vostri bambini o vostra moglie ma fortunatamente ci sono i negozi dove poter comprare indulgenze. Potete recarvi lì e, come le indulgenze medioevali vendute dai preti girovaghi, comprare un regalo molto costoso: le ultime scarpe, l’I phone 5 invece del’I phone 4, portarli ai bambini evedere la gioia nei loro occhi(goia momentanea dal momento che domani uscirà l’I phone 6 e voi dovrete comprarlo). In questo modo vi sentite liberati dai vostri scrupoli morali ma, e c’è un grande ma, se ci cascate una volta e siete convertiti a questo tipo di risoluzione dei problemi morali, poi dovete lavorare anche più duramente per essere sicuri di avere uno stipendio maggiore per poter comprare la felicità o la moralità attraverso i negozi e ciò significa che, con ogni probabilità, avrete una coscienza ancora più colpevole di prima.

Questo è un circolo vizioso e questo è il problema con il consumismo.

Aldo Masullo

Noi dobbiamo innazitutto prendere atto di una cosa che per molti decenni abbiamo cercato di nascondere a noi stessi ed è che noi viviamo per la prima volta in una situazione oggettivamente escatologica. Siamo vicino alla fine come possibilità e questo in realtà non è nato oggi ma è nato nel 1945, quando, con la prima esplosione della bomba atomica, noi ci siamo resi conto che l’umanità può anche essere sterminata totalmente per un atto dell’uomo.

Dal punto di vista teorico, si potrebbe pensare all’illusione degli storicisti fino a quando la bomba atomica non è intervenuta nel mondo. Benedetto Croce che è sicuramente la più alta espressione dell’idealismo storicistico europeo, sostenne che la storia non può morire e dal suo punto di vista aveva ragione perchè il suo ragionamento era: storico è tutto ciò che è agito consapevolmente dall’uomo. Se la nostra umanità fosse distrutta lo sarebbe per un qualche evento catastrofico di carattere cosmico, quindi sarebbe un evento esterno alla storia. La storia sarebbe schiacciata ma non sarebbe morta. Questo era il ragionamento.

Quando esplode per la prima volta la bomba atomica noi ci rendiamo conto che la storia può finire, proprio secondo la logica storicistica può finire, perchè con l’esplosione della bomba atomica si testimonia la possibilità che l’umanità e quindi la storia umana cessino per una decisione umana e quindi per una decisione storica. Oggi ci troviamo in una situazione paradossale di una storia che può essere storicamente annientata. Questa è una dimensione di carattere certamente concettuale però non dobbiamo dimenticare che la cultura profonda degli uomini, quella che poi pervade ogni individuo anche il meno colto, è una cultura che nasce da una condizione complessiva. Una cultura come quella complessiva è una cultura che fino a questo momento e

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